MILITARITA’ NON E’ MILITARISMO
di Antonio Bettelli
Da un punto di vista semantico, la militarità può essere definita come il compendio di valori identitari a base della professione e del servizio militare, ovvero come l’insieme delle regole, innanzitutto morali, proprie di un’organizzazione peculiarmente atta a esprimere forza fisica per mezzo dello strumento bellico, quest’ultimo strutturato in conformità a prerogative funzionali come leadership, disciplina, obbedienza, subordinazione, standardizzazione formale delle procedure, perizia tecnico-tattica, pensiero strategico, arte militare.
La definizione di militarità in termini ordinativi e culturali si colloca, invece, nell’ambito dell’ordinamento costituzionale e giuridico dello stato e affonda le sue radici comportamentali nel terreno delle tradizioni militari della nazione.
Volendo analizzare le proprietà dello strumento militare del nostro paese nell’attualità, è necessario quindi guardare dapprima all’ordinamento di alto principio dettato della costituzione della Repubblica Italiana e, in seconda battuta, prestare attenzione alla storia militare delle forze armate rivolgendo lo sguardo agli accadimenti che hanno coinvolto le unità militari del nostro paese in due principali fasi storiche: il periodo risorgimentale degli stati preunitari e la fase successiva all’unificazione del Regno d’Italia, attraversando, fino ai giorni nostri, le esperienze belliche del secolo scorso e i mutamenti subiti dall’ordinamento delle forze armate con l’adozione di un sistema di reclutamento basato sulla piena professionalizzazione dello strumento militare previa sospensione della coscrizione obbligatoria.
Muovendo dai dettami costituzionali, i riferimenti da considerare per inquadrare lo strumento militare della nazione, quindi per circoscrivere la militarità della repubblica italiana, sono espressi dagli articoli 11 e 52 della costituzione, rispettivamente uno dei dodici “principi fondamentali” della nostra magna carta e uno dei passaggi elencati tra i “diritti e doveri dei cittadini”.
Il ripudio della guerra come strumento di offesa della libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali contemplato dall’articolo 11 è di per sé esplicativo e non dovrebbe lasciare dubbi interpretativi a chiunque legga e sia chiamato ad attenersi, nei giudizi e nelle decisioni, ai principi fondamentali della carta costituzionale. Lo stesso enunciato ammette, tuttavia, mitigazioni alla perentorietà morale e materiale espressa dal termine “ripudio”, consentendo, “in condizioni di parità con gli altri stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni”. Ampliando il concetto, l’articolo 11 si conclude affermando che “l’Italia… promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.
Ciò significa che al ripudio della guerra si possa senz’altro fare eccezione ponendo dei limiti alla sovranità nazionale, ma solo aderendo a organismi internazionali che perseguano, in un quadro di parità tra gli stati membri, pace e giustizia tra le nazioni.
L’alternativa all’assioma morale e materiale dell’articolo 11, come detto il ripudio dell’uso della forza bellica o il suo esercizio in un ambito internazionale che persegua pace e giustizia, è la “difesa della patria” che la Costituzione colloca all’articolo 52 tra i diritti e i doveri dei cittadini. Il richiamo alla difesa da parte della costituzione, va ben notato, oltrepassa il mero profilo del dovere civico, e assume, per esplicita volontà degli estensori del documento fondativo della repubblica, la dimensione della sacralità. Essa appartiene al principio universalmente riconosciuto dell’autodifesa il cui manifestarsi, in caso di aggressione o di attacco, non po’ disgiungersi, proprio per la salvaguardia del carattere di universalità, dalle condizioni di necessità, di immediatezza e di proporzionalità.
La chiosa dell’articolo 52, dopo che l’enunciato definisce il servizio militare come obbligatorio in conformità a specifiche prescrizioni legislative e in un quadro di piena salvaguardia della posizione lavorativa e dell’esercizio dei diritti politici del cittadino, ci rammenta che “l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della repubblica”. Quest’ultima precisazione parrebbe pleonastica, ma l’assemblea costituente, forse ancora condizionata dalle sorti nefaste del militarismo fascista, ha sentito il bisogno di precisarlo con enfasi.
Il disposto combinato dei due articoli crea una condizione di apparente contradditorietà che ha spesso afflitto l’interpretazione della militarità italiana, anche da parte di molti addetti ai lavori.
Ripudiare la guerra e prepararsi a esercitare il sacro dovere della difesa della Patria è un confronto che racchiude, infatti, una sorta di antinomia concettuale. Il primo aspetto offre la sponda a posizioni pacifiste e demilitarizzanti, mentre il secondo favorisce una visione militarista dello stato.
Come sempre dovrebbe accadere in democrazia, in medio stat virtus: militarità, dunque, nel rispetto del dettato costituzionale e nella consapevolezza che, per i trascorsi militari che caratterizzano il tracciato storico della nazione e in virtù dello spirito democratico della repubblica, l’afflato costituzionale e il sentimento popolare ad esso sotteso richiamano e ispirano un’indole politica e sociale non belligerante della nazione.
Venendo ora alle tradizioni militari del nostro paese, va evidenziato che esse non sono sempre state, con riferimento ai due suddetti macro-periodi storici, Risorgimento e vita dello stato unitario, esemplari di una militarità solida e inappuntabile. Il Risorgimento italiano è considerato dai più, seppur con giudizi non unanimi, un fenomeno elitario che ha marginalizzato il coinvolgimento popolare della nascente nazione. Il processo di unificazione sviluppatosi tra le insurrezioni di inizio XIX secolo e il ciclo delle guerre di indipendenza dal 1848 al 1870, non può essere paragonato, pur nella sua importanza spirituale, ad analoghi percorsi identitari effettuati da altre nazioni europee. Lo storico inglese Denis Mack Smith afferma in una sua opera letteraria dedicata alla storia d’Italia che la Germania ha subito più perdite in un solo giorno di battaglia a Sedan nel 1870 di quante ne abbia avute l’Italia nell’intero percorso risorgimentale durato più di vent’anni. Si sa che gli storiografi britannici non sono mai stati benevoli nei confronti degli italiani, soprattutto nell’esprimere il loro giudizio sui militari, né la grandezza di una nazione si misura sul numero dei suoi caduti in guerra, ma va riconosciuto che il Risorgimento italiano, per quanto fondativo della futura nazione, sia stato un fenomeno limitato e in parte eterodiretto dalle relazioni internazionali di casa Savoia e dell’establishment di governo del Regno di Sardegna con alcune nazioni straniere e in particolare con la Francia.
Nato il Regno d’Italia, fu necessario attendere il primo conflitto bellico per addivenire al riscatto politico, sociale e psicologico dai vincoli di subordinazione a entità straniere. Solo in quel momento si poté dichiarare completato il percorso risorgimentale.
I passaggi dell’epopea della Grande Guerra non furono tuttavia scevri delle inettitudini della classe militare italiana; a riguardo, la sconfitta di Caporetto fu l’acme di tale mediocrità rivelando una profonda inadeguatezza dei vertici militari e dei quadri dirigenti dell’Esercito al peso morale e sociale del conflitto bellico.
Dopo la Grande Guerra, la dittatura fascista, l’adesione alle leggi razziali e l’ingresso in guerra nel 1940 a fianco della Germania furono il viatico anche militare di una grandezza dell’Italia illusoria e di fatto inesistente. A poco servì l’onestà di alcuni rappresentanti dei vertici delle forze armate che denunciarono i limiti dello strumento militare. La nazione, attraversata da una psicosi militarista dai caratteri risibili – se così tragici non fossero stati – visse uno dei momenti più cupi della sua storia civile e militare. L’8 settembre fu la disfatta del sistema politico e sociale basato per vent’anni sul fascismo e sull’acquiescenza al regime della casa regnante. Per alcuni, la data dell’armistizio segnò la fine dell’idea di Patria, per altri, invece, fu l’avvio della sua rinascita. Fatto è che i compromessi accettati dalla classe dirigente della Nazione, compresi i vertici delle Forze Armate, furono, con la nobile eccezione rappresentata dagli atti di reazione e di sacrificio compiuti da alcune unità militari con i loro comandanti, una qual sorta di appannamento, per usare un eufemismo, della virtù del coraggio militare. La Resistenza, della cui idea di libertà la sinistra politica si è impossessata nel nome della lotta partigiana, concorse a riconsegnare – con la liberazione dell’Italia per mano straniera, ma non senza il coinvolgimento dell’Esercito Italiano e quello silenzioso degli internati militari rinchiusi nei campi di confinamento in Germania e Polonia, oltre a quello già menzionato delle formazioni partigiane – una forma di dignità alla nostra nazione, consentendo infine alle nostre autorità di governo di partecipare alla conferenza di pace e di far sì che l’Italia diventasse membro dei principali organismi internazionali nati dopo la guerra: la NATO nel 1949 e le Nazioni Unite nel 1955.
Le Forze Armate, il cui contributo fondamentale alla liberazione stenta ancora oggi ad attecchire nella coscienza degli italiani, uscirono dalla guerra portando il peso dei compromessi imposti dalle circostanze di quell’epilogo, acriticamente accettati dai vertici di governo e militari. Pur con la dignità di chi in guerra aveva sofferto tantissimo, non ultimo proprio per gli effetti provocati dal capovolgimento di fronte dell’armistizio, il comparto militare della nazione patì a lungo i pregiudizi provocati dalla connivenza con il fascismo, dalle sconfitte sui campi di battaglia di Russia, Grecia, Albania e Africa Settentrionale, dal confronto cruento e fratricida che scaturì dopo l’8 settembre. Non bastarono, per rimuovere quei pregiudizi, gli atti di valore dei soldati italiani nella prima fase della guerra – basti pensare alla ritirata di Russia e alle battaglie di El Alamein in Egitto e di Takrouna in Tunisia – né servirono i tributi di sacrificio e di coraggio contestuali all’8 settembre – quello della Divisione Acqui sull’isola di Cefalonia oppure quello della Divisione Friuli in Corsica – neppure valsero, a conferire alla storia il giusto merito, i contributi offerti dalle unità del rigenerato esercito italiano impegnato, con le truppe angloamericane e alleate, nella Campagna Militare d’Italia dal settembre 1944 all’aprile 1945, da Montelungo alle battaglie del Senio e di Case Grizzano, solo per citare alcuni di quegli accadimenti.
La fase storica seguente, quella identificata come la Guerra Fredda, divenne per le forze armate italiane lo scenario di confronto politico tra destra e sinistra, tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, tra i tentativi di colpo di stato e la formazione di organizzazioni paramilitari pronte a intervenire in caso di insurrezione, tra gli atti di terrorismo e i sommovimenti occulti di frange deviate dello stato, tra i piani di invasione militare sovietica a nord-est e le infiltrazioni destabilizzanti negli apparati dello stato da parte di agenzie segrete occidentali. Il tutto in un contesto sociopolitico in cui il sentimento popolare diventava via via più inviso all’autorità dello stato. In questo quadro di instabilità, la coscrizione obbligatoria rappresentava una delle prescrizioni di dovere meno sentita e condivisa dai giovani cittadini.
La dissoluzione di un nemico credibile, avvenuta con il collasso dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia, avrebbe dovuto portare a una revisione dei meccanismi di difesa occidentali ed europei. Non infondato è invece il sospetto che vi sia stata, per mantenere in vita un’alleanza importante come la NATO, emblema e strumento di politica estera del blocco vincitore della Guerra Fredda, una qual artificiosità nel promuovere missioni militari in nome della pace in diverse regioni del pianeta, evocando l’affermazione del primato liberale neoconservatore di cui Washington era il non disinteressato portabandiera. I fallimenti di Iraq e di Afghanistan, ma possiamo aggiungere la Somalia agli inizi degli anni ’90 e la campagna aerea ai danni della Serbia alla fine dello stesso decennio, ne sono stati la drammatica, in parte oggi negletta, testimonianza. L’Italia con la sua politica occidentalista fu parte ancora una volta dei compromessi della storia. In gioco, d’altronde, vi erano gli interessi della nazione e, non ultimo, proprio nell’animo di molti militari, il riscatto da un lungo periodo di oblio e di pregiudizio nei riguardi delle forze armate. Parte delle missioni militari internazionali, seppur in grado di portare un qual miglioramento all’immagine generale della difesa italiana, oltre che risorse finanziarie altrimenti non riconosciute, ha contravvenuto al principio costituzionale che ripudia l’utilizzo dello strumento militare per la risoluzione delle controversie internazionali.
Le problematiche odierne di carattere politico e sociale indotte da fenomeni come l’immigrazione, il degrado dei centri urbani, la non risolta minaccia di atti terroristici a danno della nazione, il decomposto scenario geopolitico internazionale, la crisi economica stanno favorendo la nascita di un’idea di forza dello stato di cui il militarismo sia un’auspicata componente. Una tendenza polarizzante il cui insorgere è sempre possibile in contesti, come quello delle forze armate, a spiccata auto-connotazione etica e culturale. Per compensazione di giudizio, accade allora che il senso di militarità divenga via via avulso dall’animo di molti italiani, soprattutto di chi sia conscio dei valori democratici della nostra repubblica. Tutto ciò non senza il contestuale verificarsi, va sottolineato, di radicali, strumentali ed egualmente deplorevoli derive ideologiche di profilo pacifista.
Veniamo, dunque, al militarismo. La proposta, insita nel titolo del mio intervento, è di porre questo termine in contrapposizione con il concetto di militarità.
Attenendoci ancora una volta alla semantica, del termine militarismo si possono ricavare due definizioni. La prima, in qualche misura connaturata con la militarità, esprime la posizione di prestigio all’interno di uno stato della classe militare che induce nelle istituzioni e nella società l’affermazione degli ideali di ordine e di disciplina e il culto della nazione e della vita militare. Enunciato in tal modo, il militarismo può trovare spazio in entità statuali la cui natura non neghi i principi di libertà propri di una democrazia. Il militarismo in questa forma rappresenta una visione aperta al confronto sul piano politico e sociale con altre coesistenti visioni dello stato e della società.
Il termine militarismo può tuttavia assumere una seconda accezione, diciamo peggiorativa, propria di uno stato che, considerando come organizzazione ideale della vita civile quella che rispecchia la disciplina propria della vita militare, è portato a dare preponderanza, negli ordinamenti interni, alla classe militare e a considerare prioritarie le esigenze di questa, orientando anche le proprie relazioni esterne con altri popoli, nazioni o stati secondo una linea e uno spirito di aggressività.
Credo che se ci guardassimo intorno, specie nella drammatica attualità dei conflitti bellici in corso, potremmo facilmente riconoscere la posizione di alcuni paesi amici e alleati il cui atteggiamento si confà non solo alla prima definizione di militarismo, come detto in qualche misura accettabile, ma anche alla sua accezione peggiorativa, quest’ultima non tollerabile per l’ordinamento costituzionale della repubblica italiana e per il sentimento prevalente del nostro popolo.
Alla luce delle definizioni di militarità e di militarismo, riconosco che nell’arco della mia lunga esperienza di servizio ho più volte assistito al delinearsi all’interno dell’organizzazione di cui facevo parte di posizioni che confondevano i due termini, e all’originarsi, in qualche caso non per distrazione, di tendenze confacentesi più al desiderio di prevalenza dell’apparato militare che all’aspirazione di salvaguardia morale e sociale delle tradizioni militari del nostro stato.
Sono convinto che il militarismo sia per il nostro ordinamento costituzionale negazione della militarità, e ho sempre sostenuto che il militare – soldato, marinaio, aviere o carabiniere della repubblica italiana – debba avere la qualità, portandone l’onere morale, di porsi al margine della società, senza nulla ricercare sul piano del consenso per sé e per la propria appartenenza.
È una visione ideale che richiede uno spiccato senso di abnegazione e una percezione del servizio per la collettività di livello superiore rispetto alla prevalenza dei comportamenti sociali.
Una percezione che dovrebbe essere egualmente presente nelle istituzioni dello Stato, incontrando la consapevolezza e la partecipazione dei rappresentanti politici e di governo.
Troppo spesso, invece, opportunità personali e interessi di parte sviliscono il portato morale dei dettami costituzionali, oltre che il buon senso “sale della democrazia”, favorendo il verificarsi, anche a danno della militarità e del suo valore sociale, di posizioni di giudizio false e strumentali.
Da difensore della militarità mi autodefinisco, oggi più che mai, un convinto antimilitarista.
(Relazione per la riunione del 27 maggio 2026 del Circolo Culturale “La Caduta” sul tema della Neutralità)








