La nostra epoca è il “vortice di un tempo scomposto” che non risparmia l’Europa schiacciata da imperi, potentati, crisi e guerre i cui effetti gravano pesantemente sulla gente comune. Per uscire dall’impasse, la soluzione proposta è Ritrovare i Sentieri Interrotti dell’Europa, ripartendo dal pensiero di Mario Bergamo, politico del ‘900, portatore di istanze libertarie, grande europeista che subì ingiusta “damnatio memoriae” non piegatosi alle lusinghe del potere e preconizzando, già nel dopoguerra, il fallimento del progetto europeo lontano dai propri ideali federali poggianti su laicismo integrale e giustizia sociale.
Il tema dell’accorato pamphlet è il “ritrovamento” di ideali, valori e sentimenti per una battaglia di libertà. Smascherando la mappa del potere del XXI secolo, denunciando le distonie della politica, il libro punta il dito contro sistemi e devianze che determinano gli squilibri del mondo, contro la politica piegata ai diktat del turbo capitalismo, della tecnofinanza e di élites post liberali che tutto arano indifferenti alla sofferenza altrui causata da guerre, crisi economico-valoriali e grandi sciagure.
Con pathos il libro si dipana tra storia, memoria, analisi politica e aneddoti familiari che sono nel contempo storia d’Italia e d’Europa. Un manuale che, con onestà intellettuale, racconta come tutto poteva essere diverso ma invita, spiegando il perché, a non perdere la speranza!
Cenni biografici dell’autore
Antonio Bettelli è un Ufficiale dell’Esercito Italiano. Nei suoi quarantadue anni di servizio attivo, l’autore ha ricoperto numerosi incarichi in Italia e all’estero, tra questi vi è stato quello di Addetto per la Difesa presso l’ambasciata italiana a Beirut e di Comandante del Sector West di UNIFIL nel sud del Libano.
È il 27 maggio 2011, sono le prime ore del pomeriggio. Un automezzo del contingente militare italiano della missione UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon) viene colpito alla periferia nord della città libanese di Sidone.
Tra i sei peacekeeper a bordo del veicolo, vi è anche Giovanni, il conduttore del mezzo, che subisce con maggior gravità gli effetti dell’esplosione.
Le mani esecutrici del vile attentato sono ignote, forse quelle dei palestinesi, appartenenti ormai da molti decenni al marasma umano dei campi profughi di Sabra, di Chatila, di Bourj el Barajneh, di Ein el Helwe e di molti altri luoghi prigione disseminati da nord a sud del Libano. Anch’essi, i palestinesi, al pari adesso di Giovanni, sono stati vittime di violenze nei momenti più cupi del loro esodo dai luoghi di origine, uno spaccato di umanità negletta che può facilmente diventare strumento di morte al servizio di qualche bieco mandante.
La passione di Giovanni è il paradigma doloroso degli affascinanti misteri di una terra in perenne instabilità: un pastoso coacervo di civiltà transfughe da luoghi lontani, un sofisticato caleidoscopio sociologico, un’irrequieta mescolanza di origini e di idiomi, un vivace laboratorio per svariati esperimenti geopolitici e, in tutto questo, un inesauribile messaggio di speranza per la convivenza tra molteplici diversità.
Se il protagonista narrato dal racconto è Giovanni, quello narrante è il Colonnello dell’Esercito Addetto per la Difesa presso l’ambasciata italiana nella capitale Beirut, uno dei funzionari che ravviva con il suo servizio il complesso sistema di relazioni diplomatiche nel Vicino Oriente.
La telefonata di un’amica, giornalista della principale redazione televisiva locale, annuncia la notizia: la voce tremante della donna irrompe nella quiete di un pomeriggio qualsiasi. Dallo scorcio di una Beirut nitidamente sospesa sull’oleoso mare estivo, ha così inizio il vortice delle emozioni che altera l’animo dei protagonisti. Tra Giovanni e il Colonnello s’intreccia da subito un dialogo silenzioso. Alle parole non pronunciate, ma presenti, si aggiungono le voci degli affetti fondamentali.
Per il Colonnello è un percorso interiore di cui Giovanni si prende inconsapevolmente cura. Con la sofferenza edulcorata dallo stato di coma, il peacekeeper italiano gravemente ferito rammenta a chiunque partecipi agli sviluppi del suo dramma la labilità del vivere, e con essa il valore della dignità che si misura con l’accettazione della sorte avversa e delle conseguenze che da quest’ultima derivano.
Il servizio in armi è, nello sbocco sacrificale per Giovanni, parte della narrazione. La menomazione procurata dall’attentato, come numerose altre che affliggono i soldati segnati nella carne e nello spirito per gli incidenti occorsi durante il loro servizio nelle missioni di pace – o “per la pace” come sarebbe più corretto dire – porta con sé la bellezza dell’onore. L’immagine di quella bellezza diventa bene collettivo e monito perenne.
Nell’evolversi del racconto, accade allora che il dovere al quale il protagonista narrante è chiamato dalle circostanze del tragico evento, in particolare nel fornire assistenza alla famiglia di Giovanni nei giorni successivi all’attentato, diviene, proprio per il tramite della passione di Giovanni, un catalizzatore di emozioni utile a comprendere, forse definitivamente, le ragioni del vivere.
La vanità, nella metafora della sospensione inerte di un aliante, raggiunge il fondo dell’anima. È un rilascio di energie che proprio nel volo con l’elicottero può trovare la sua manifestazione: la reazione alla fatalità dell’avaria motore, l’affaccio alla luce del sole che diviene granulosa all’interno del cockpit, le sfumature ocra e arancio del tramonto in occasione dell’ultimo atterraggio.
Nella narrazione, gli incroci con le vicende di una terra segnata dal confronto spesso cruento tra le parti si susseguono in un incedere costante. Sono i palestinesi che popolano i campi profughi, sono gli sciiti, la cui affermazione sociale ha trasformato il movimento di Hetzbollah in un’importante realtà politica, paramilitare e finanziaria del Paese, sono le oligarchie familiste che dominano la storia di un Libano sfrontato e intraprendente e sono i funzionari pubblici che alimentano il disordine di un Paese in cui tutto è permesso se si ha il potere di farlo.
Giovanni, da vedente nell’anima, trova in fine la sua strada. La trova anche, nello spasmo finale della corsa mattutina – altra metafora del vivere – il protagonista narrante.
Senza arroganza si può affermare che gli ebrei, per le vicende storiche che li hanno connotati furono in qualche modo, e sono tuttora, come il sale della terra. Adesso esiste uno Stato che si definisce ebraico. Se prendessero davvero la decisione collettiva di accorrere tutti in quell’angolo di vicino oriente, nella terra sacra delle origini, riunendovi per sempre qualche milione di persone, anche i più laici, tutti formerebbero insieme soltanto un residuo frazionario della specie umana e forse resterebbe soltanto un po’ di sale. La condizione ebraica era di fatto passata da simbolica, almeno in occidente, a irrilevante. Conservava un valore forte per chi la vive e per quanti continuavano a usarla come parametro universale di un’antropologia del “mondo di ieri”. Tuttora la ritengono pericolosamente decisiva soltanto gli antisemiti cronici e incalliti.
Il mondo ebraico di ieri, quello per sempre annullato con la Shoah, restava però virtualmente esistente nella geografia politica, psicologica e letteraria delle due sponde settentrionali dell’Oceano Atlantico ormai tra loro lontanissime. Poi sono sopraggiunti i fatti spaventevoli del 7 ottobre 2023. Lo stato delle cose per gli ebrei del mondo, e anche per chi ebreo non è, risulta profondamente cambiato. La condizione ebraica forma tuttora un labirinto indistruttibile di significati, grazie a resistenti equazioni di colpa e alla presenza di uno Stato ebraico che deve tuttora difendersi con azioni estreme, provocate da nemici irriducibili.
Il titolo di quest’opera sintetizza quasi simbolicamente i principi ai quali Mario Bergamo si ispirò e da cui discendono il pensiero e la sua opera, ai quali dedicò la sua vita, proponendo sempre e coerentemente un modello di società ispirata a valori autenticamente democratici.
Principi e valori ai quali tenne sempre fede e che lo costrinsero a lasciare il nostro Paese e rifugiarsi, a seguito dell’avvento del regime fascista e delle persecuzioni subite, in Francia.
Francia, che divenne la sua seconda patria, nella quale continuò la sua azione, non abdicando peraltro mai al suo ruolo di segretario generale del forzatamente disciolto partito repubblicano, con un’instancabile attività caratterizzata da un’indomita opposizione a un regime, all’inizio sottovalutato da molti come tale, che portò lutti e sventure, che ancora oggi dispiegano i loro effetti.
Da questa pubblicazione, nella quale sono trattati vari aspetti di quello che può certamente essere definito il magistero di Mario Bergamo, appare evidente la capacità dello stesso di vedere ben oltre le contingenze politiche, sociali ed economiche del momento.