IL VALORE DELLA MEMORIA
di Antonio Bettelli
La memoria, quando si riferisce a fenomeni spaventosi per il male che ne accompagna la narrazione, diviene supremo patrimonio collettivo. Monito, innanzitutto, cioè rappresentazione efficace dell’odio che l’essere umano è in grado di esprimere a danno dei propri simili, che tali evidentemente non considerava. Da qui allora forse dovremmo partire, cioè dal concetto di similitudine, di comune destino, ovvero di uguaglianza in rapporto al senso dell’esistenza, dell’esistere, dell’essere. Un senso che nessuno è in grado di circoscrivere oltre i dettami dogmatici delle religioni, ma che è tuttavia irrinunciabile nel tentativo di ricerca per una definizione plausibile o quantomeno utile a evitare che il male si ripeta.
Alla fine degli anni trenta del secolo scorso, quando la Grande Guerra era terminata da poco più di un decennio, nessuno avrebbe immaginato che all’odio appena sopitosi tra le nazioni potesse seguire, a distanza di pochi anni, una forma di ostilità tra gli uomini ancora più feroce. Le società europee erano attraversate da stati d’animo contrastanti: da un lato vi erano gli effetti dolorosi del primo conflitto mondiale, che avevano accresciuto i risentimenti tra le nazioni avversarie a dispetto dei trattati di pace, dall’altro vi era la seduzione della modernità, del riscatto futuristico, del progresso tecnologico e dell’ardimento associato alle nuove scoperte. Sul piano sociologico, la masse erano aspramente impoverite dalla guerra, mentre cocente era la disperazione dei mutilati e degli invalidi di guerra che non vedevano riconosciuti i diritti acquisiti con il loro sacrificio. Le società erano snaturate dall’immiserimento della cultura contadina e rurale, e illuse dalle opportunità offerte da uno sviluppo industriale solo embrionale, ancora immaturo e perciò incapace di offrirsi come viatico per il benessere collettivo. A est, vi era l’insorgenza della promessa socialista, di cui il bolscevismo sovietico rappresentava il modello, mentre a ovest si riscontravano gli irrigidimenti dell’aristocrazia latifondista e il conservatorismo delle monarchie e delle repubbliche ex imperiali. Il senso, e presto lo si intuì, era quello che il ciclo della storia iniziato con i risorgimenti europei e proseguito con la Grande Guerra fosse ancora incompiuto. Presto, infatti, accadde il peggio.
Si trattò di un sentimento generale di avversione verso gli altri, ingannato da una tecnologia bellica divenuta micidiale a tal punto da far ritenere che nessuno avrebbe mai avuto il coraggio di farne uso. Così, evidentemente, non fu. Alla letalità rapida, futuristica, tecnologica dei nuovi armamenti, si accompagnò un sentimento malato formatosi sulla base di concetti filosofici perversi, elaborati allo scopo di condurre, con un corto circuito esistenziale, la supremazia dell’uomo su se stesso. Una forma antesignana del moderno transumanesimo biologico. L’ordine fondatore di quell’aberrante manifestazione proclamò il principio della superiorità di una razza sulle altre. Fu un elaborato sociologico costruito sulla base di un assioma bestiale, una sorta di equazione del male che adottò come strumenti di calcolo e di azione lo sterminio e il genocidio. Non fu perversione di un solo essere umano, proclamatosi capostipite di una genia pura, neppure pensiero e azione di una ristretta cerchia di accoliti fanatici del capo manipolatore. A ciò che accadde, si accompagnò l’omissione di un intero aggregato sociale che si allargò ben oltre i confini della sua comunità d’origine. Fu l’asintoto maligno della disuguaglianza. Fu follia collettiva.
La memoria va ravvivata, vissuta, animata, spiegata. Essa è ricordo per gli anziani, racconto per i giovani, sorgente viva per il rispetto tra gli esseri umani. La memoria è fonte di equanimità nei giudizi, nelle relazioni, negli affetti, nel dialogo, nelle decisioni.
La memoria: ne abbiamo veramente bisogno!
Dopo un secolo trascorso da quegli “anni trenta”, che furono prologo del più feroce confronto tra gli esseri umani e terreno fertile per la shoah, le società europee, e non solo, sono tornate a deprivarsi del proprio patrimonio valoriale e identitario di riferimento, perciò anche della speranza per il loro futuro. Nuove tecnologie, ancora in parte sconosciute, stanno pervadendo con i loro effetti di utilità, ma anche con le loro ingannevoli seduzioni, le nostre abitudini e le nostre relazioni. Si affaccia l’affermazione di un’idea di uomo superiore agli altri uomini. Con esso vi è il fascino dell’indefinita longevità, finanche vissuta in uno spazio immaginario e virtuale, parallelo e dissociato dall’affettività autentica delle relazioni personali. Nuove forme di suprematismo si affermano nelle società più evolute. Esistono droghe sintetiche semplici da produrre ed efficacissime nel provocare l’annichilimento sociale e la morte. L’indifferenza attraversa le menti, sfociando in forme di aggressività e di violenza anche tra la gente comune, tra i vicini di casa, all’interno delle mura domestiche. Tutto ciò accade mentre migliaia di esseri umani muoiono per gli effetti distruttivi di armamenti di potenza letale non immaginata fino a ieri, mentre altre migliaia periscono nella ricerca di un’irraggiungibile felicità, attraversando i deserti africani e i mari nostri a noi vicini. Il concetto di democrazia langue via via sempre più, e ciò accade poiché chi dovrebbe difenderla, credendovi, ha rinunciato a farlo, abdicando alle più elementari forme di partecipazione politica.
Le ragioni per ricordare, oggi più che mai, sono innumerevoli: abbiamo disperatamente bisogno di memoria!
*l’immagine che accompagna la riflessione del Generale di Corpo d’Armata Antonio Bettelli è stata generata con il contributo dell’AI








