Il cuore del mondo
di Paola Bergamo
Nel 1904 il geografo britannico Sir Halford J. Mackinder formulò una delle più celebri teorie della geopolitica moderna: quella dell’Heartland, il “cuore della terra”. Con questa espressione egli individuava il nucleo strategico dell’immensa massa continentale euroasiatica, il fulcro dal quale sarebbe stato possibile esercitare il controllo sull’“isola-mondo”, ossia il complesso territoriale che unisce Europa, Asia e Africa.
La sintesi più nota del pensiero di Mackinder è racchiusa in una formula divenuta proverbiale:
«Chi controlla l’Europa orientale domina l’Heartland;
chi controlla l’Heartland domina l’Eurasia;
chi domina l’Eurasia domina il mondo.»
Questa intuizione offre una chiave interpretativa preziosa per comprendere la logica strategica che ha guidato, per oltre un secolo, l’azione delle grandi potenze. In particolare, aiuta a spiegare perché, nella prospettiva degli Stati Uniti, isola e talassocrazia, sia sempre stato considerato fondamentale impedire che l’Eurasia potesse essere controllata da una singola potenza dominante.
Non si trattò dunque di generosità ma di calcolo politico e geopolitico se gli Stati Uniti intervennero ripetutamente negli equilibri europei. Durante la Seconda guerra mondiale era per Washington decisivo arrestare l’espansione della Germania nazista; nel dopoguerra, con l’inizio della Guerra fredda, divenne prioritario contenere l’influenza dell’Unione Sovietica. Parallelamente, gli Stati Uniti si impegnarono nella costruzione di una vasta rete di alleanze militari e politiche in Europa e in Asia, tra cui la NATO, la cui progressiva espansione verso l’Europa orientale non può essere considerata casuale.
Se infatti Europa, Russia e Asia orientale si fossero integrate sotto l’egida di una sola potenza dominante — mettiamo caso la Cina, competitor degli USA, con la sua ambiziosa “Belt and Road Initiative” — il blocco risultante avrebbe potuto assumere dimensioni straordinariamente potenti sotto il profilo demografico, industriale ed energetico, lasciando gli Stati Uniti in una posizione di relativo isolamento strategico.
Alla luce di questa prospettiva, si potrebbe persino sostenere che alcune dinamiche degli ultimi anni — dall’indebolimento del potenziale economico europeo alla rottura dei rapporti energetici con la Russia, fino al sabotaggio del gasdotto Nord Stream e alle conseguenze della guerra in Ucraina — abbiano contribuito a impedire un possibile consolidamento dello spazio euroasiatico. Questa interpretazione acquista ulteriore rilievo se si considera l’attuale forza geopolitica e geoeconomica della Cina e la partnership strategica consolidatasi tra Vladimir Putin e Xi Jinping.
Non molti anni fa, quando l’economia europea sembrava procedere con straordinario slancio e la Germania veniva considerata la locomotiva del continente, l’Europa beneficiava di energia russa a costi competitivi e di produzioni industriali realizzate in Cina a condizioni vantaggiose. In quello stesso periodo prendeva forma la cosiddetta Nuova Via della Seta, presentata come una grande opportunità di sviluppo infrastrutturale, commerciale ed energetico.
Nel 2019 il presidente cinese Xi Jinping, in visita ufficiale in Italia, si recò nella bella Palermo. Una scelta che, verosimilmente, non fu dettata soltanto dal fascino della sua architettura barocca, ma anche dal valore strategico del Mediterraneo.
L’Eurasia è geografia e potenza. Rappresenta al tempo stesso una realtà geografica e una costruzione strategica. Essa costituisce l’enorme massa continentale che unisce Europa e Asia in un unico sistema territoriale, economico e politico.
L’Europa, pur essendo la porzione occidentale di questo continente e relativamente limitata per estensione territoriale, ha saputo esprimere nei secoli una straordinaria vitalità culturale e garantire, negli ultimi settant’anni, un lungo periodo di pace e prosperità ai propri cittadini.
All’interno di questo spazio l’Italia appare territorialmente piccola, quasi un’isola se non fosse saldamente ancorata al continente europeo. Tuttavia la sua posizione geografica la proietta come una sorta di freccia nel cuore del Mediterraneo, conferendole una rilevanza strategica tutt’altro che marginale.
La Russia, dal canto suo, è parte integrante della realtà europea. Ribadirlo, come fece De Gaulle parlando di una Europa dall’Atlantico agli Urali, può sembrare persino superfluo, ma aiuta a comprendere meglio le tensioni che attraversano l’attuale disordine mondiale: dalla guerra russo-ucraina alla crisi mediorientale, nella quale si intrecciano una molteplicità di fattori politici, economici e strategici .
Per interpretare questo scenario complesso, non hanno perso valore le teorie geopolitiche sviluppatesi nel XX secolo. Accanto alla visione di Mackinder si colloca quella del Rimland, elaborata da Nicholas John Spykman, secondo cui il controllo delle regioni costiere dell’Eurasia costituirebbe la chiave del potere globale.
Queste riflessioni furono oggetto di approfondimento anche nell’ambito del Circolo culturale “La Caduta”, che ho l’onore di presiedere. In particolare risultarono preziosi gli interventi del Generale di Corpo d’Armata Antonio Bettelli, il quale illustrò con grande chiarezza Rimland, Heartland, il significato strategico della centralità euroasiatica e la logica geopolitica che muove le talassocrazie.
All’epoca ci trovavamo nel pieno della pandemia di Covid-19. I due grandi conflitti che oggi tengono il mondo con il fiato sospeso non erano ancora scoppiati e, sebbene le nazioni europee fossero gravemente colpite dagli effetti del virus, non si era ancora precipitati nella profonda crisi economica, energetica e industriale che oggi caratterizza il nostro tempo.
Le cose sembravano andare così bene che si affermò l’illusione della “fine della storia”. La caduta del Muro di Berlino e gli eventi che seguirono alimentarono l’illusione che si fosse finalmente giunti alla fine di ogni scontro ideologico grazie alla vittoria delle democrazie liberali sulle altre forme di sistema politico.
In quegli anni il politologo Francis Fukuyama giunse a formulare la celebre teoria della “fine della storia”, sostenendo che la diffusione globale delle democrazie liberali e dell’economia di mercato rappresentasse l’approdo finale dell’evoluzione politica dell’umanità. Il suo libro La fine della storia e l’ultimo uomo fu spesso interpretato in modo semplicistico. In realtà Fukuyama non ignorava i pericoli che avrebbero potuto minacciare la stabilità dell’ordine democratico: il ritorno dei nazionalismi, l’emergere di fondamentalismi religiosi, le tensioni identitarie e le profonde trasformazioni prodotte dal progresso scientifico e tecnologico.
Secondo Fukuyama, anche in un mondo dominato dalla democrazia liberale sarebbe rimasto irrisolto un problema fondamentale: il bisogno umano di riconoscimento identitario, ciò che egli definiva “Thymos” cioè quella parte dell’animo umano che desidera riconoscimento, dignità e rispetto. Il conflitto del futuro, dunque, non sarebbe stato più economico — non più la contrapposizione tra socialismo e capitalismo — ma identitario: una lotta per il riconoscimento di sé e della propria comunità.
Oggi, osservando le difficoltà attraversate dalle democrazie liberali, appare evidente quanto quella della fine della storia fosse una illusione perché dirimenti erano, sono e restano le questioni sociali, mentre mi è parsa lungimirante l’intuizione sul problema dell’identità. L’influenza crescente della finanza globale nei meccanismi della politica, l’aumento delle disuguaglianze sociali e il senso diffuso di insicurezza hanno contribuito a riaccendere nazionalismi, sovranismi e populismi.
Il risultato è la sensazione che il nastro della storia abbia cominciato a riavvolgersi, riproponendo scenari e tensioni che si credevano definitivamente consegnati al passato.
Nel contesto appena delineato, le teorie geopolitiche dell’Heartland e del Rimland si rivelano ancora strumenti interpretativi di sorprendente attualità. Le potenze insulari e marittime — le cosiddette talassocrazie — tendono storicamente a comportarsi secondo logiche coerenti con la propria natura strategica.
Nel passato questo ruolo fu esercitato dall’Impero britannico; oggi esso è in larga parte incarnato e sostituito dagli Stati Uniti, potenza che, pur attraversata da profonde contraddizioni interne, rimane impegnata nel tentativo di ridefinire gli equilibri globali in un sistema internazionale multipolare e sempre più complesso.
In questo scenario si avverte con chiarezza la crisi dell’ordine multilaterale costruito nel secondo dopoguerra. Il diritto internazionale appare progressivamente indebolito, la diplomazia fatica a trovare spazi di mediazione e organizzazioni nate per garantire il dialogo tra le nazioni, come l’ONU, sembrano spesso incapaci di prevenire o contenere l’escalation dei conflitti.
Assistiamo così alla comparsa di nuovi attori e di nuove iniziative, si pensi al Board of Peace con un Presidente nominato a vita, che si propongono di intervenire nelle crisi globali con l’obiettivo dichiarato di promuovere stabilità e sicurezza. Tuttavia, mentre tali organismi prendono forma, i venti di guerra continuano a intensificarsi.
Un’Eurasia compatta attorno a un potenziale dominus — come potrebbe essere la Cina — costituirebbe una realtà geopolitica difficilmente contrastabile. La combinazione di potenza demografica, capacità industriale, risorse energetiche e potenziale militare renderebbe un simile blocco estremamente competitivo su scala globale.
In questa prospettiva, il progressivo indebolimento dell’Europa può essere letto come un passaggio strategicamente rilevante. L’Europa rappresenta infatti un mercato di straordinaria importanza e un nodo fondamentale negli equilibri del continente euroasiatico.
Non sorprende quindi che il conflitto russo-ucraino sia uno degli episodi di una più ampia competizione geopolitica volta a impedire la formazione di un blocco euroasiatico compatto. Già nel 1997 Zbigniew Brzezinski, nel suo celebre libro “The Grand Chessboard”, sosteneva con chiarezza che uno degli obiettivi strategici degli Stati Uniti fosse evitare l’emergere di una potenza dominante sull’Eurasia.
In questa logica per me si colloca anche il ruolo del Regno Unito che, con la Brexit del 2020, ha ribadito la propria natura di potenza marittima e Londra è una sorta di cuneo geopolitico inserito nel continente europeo, capace di influenzarne gli equilibri e di impedire eventuali convergenze strategiche tra Europa e potenze euroasiatiche.
Alla luce di questa interpretazione, l’atteggiamento di alcuni leader occidentali durante il conflitto russo-ucraino — e in particolare l’opposizione a possibili negoziati persino nelle fasi iniziali della guerra — può essere letta come parte di una strategia volta a prolungare la contrapposizione tra Russia ed Europa. E del resto la rivalità dell’Inghilterra verso la Russia affonda le radici nella storia sotto il nome del “Grande gioco dell’800” per il controllo dell’Asia centrale.
Se la storia si riavvita su sé stessa, sono tante le occasioni mancate o volutamente gettate al vento.
Guardando alla storia recente delle relazioni tra Russia e Occidente, appare evidente come non siano mancate occasioni di cooperazione.
Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, nei primi anni Novanta, la Russia sembrò avvicinarsi progressivamente all’Occidente. Nel 1991 Boris Eltsin scrisse ai leader occidentali manifestando la volontà del suo Paese di assumere un ruolo costruttivo nel nuovo ordine internazionale.
Nel 1994 la Russia entrò nel programma Partnership for Peace della NATO, insieme a numerosi altri Paesi europei, con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione militare e promuovere stabilità e sicurezza nel continente.
Tre anni dopo, nel 1997, venne firmato a Parigi l’Atto Fondatore NATO-Russia, che istituiva un meccanismo permanente di consultazione e cooperazione. Nel 2002 fu creato il Consiglio NATO-Russia, con lo scopo di affrontare congiuntamente questioni di sicurezza e crisi internazionali.
In quel periodo sembrava possibile immaginare un futuro di collaborazione tra Mosca e l’Occidente. Persino Vladimir Putin, nei primi anni della sua presidenza, non escluse pubblicamente l’ipotesi di un’adesione russa alla NATO, purché avvenisse su basi di piena parità.
Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, il Presidente russo fu tra i primi leader mondiali a esprimere solidarietà agli Stati Uniti e offrì un sostegno concreto nella lotta al terrorismo, condividendo informazioni di intelligence e facilitando operazioni militari in Asia centrale.
Sembrava aprirsi una nuova stagione di cooperazione. Tuttavia quel clima di fiducia si deteriorò progressivamente.
L’allargamento della NATO verso Est, la presenza crescente di infrastrutture militari occidentali ai confini russi e una serie di crisi regionali — dalla guerra in Kosovo a quelle in Georgia e in Ucraina — alimentarono diffidenze e tensioni sempre più profonde.
L’ingresso della Finlandia nella NATO nel 2023 e quello della Svezia nel 2024 hanno ulteriormente accentuato questa dinamica.
C’è una equazione che non cambia mai: energia, conflitti e moneta determinano rivalità e continue guerre.
I cittadini europei stanno pagando un prezzo elevato per i conflitti in corso. La riduzione delle forniture energetiche a basso costo ha inciso pesantemente sulla competitività industriale del continente, generando difficoltà economiche e sociali.
La recente discussione sulla necessità di accelerare la transizione energetica — inclusa la possibile espansione dell’energia nucleare — secondo quanto confermato di recente dalla Presidente Ursula Von der Leyen, testimonia la ricerca di nuove soluzioni. Tuttavia tali strategie richiedono tempi lunghi e non offrono risposte immediate alla crisi.
In questo contesto alcuni analisti sostengono che un riavvicinamento energetico alla Russia potrebbe rappresentare una soluzione pragmatica, soprattutto alla luce dei mutamenti geopolitici in corso e del resto il Presidente Donald Trump, non a caso, ha allentato le sanzioni alla Russia.
Parallelamente, anche il Medio Oriente si conferma uno dei teatri centrali della competizione globale e la stessa guerra contro l’Iran può, per parte americana venir letta non solo come un aiuto a Israele ma un segmento del contenimento dell’Eurasia.
Dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 contro Israele e la durissima risposta militare dello Stato ebraico, mi era parso concreto il rischio di un allargamento del conflitto all’Iran.
In questo scenario, le mosse delle grandi potenze appaiono cariche di implicazioni strategiche. Gli Stati Uniti mirano a sostenere Israele e a contenere l’influenza iraniana, ma al tempo stesso devono confrontarsi con il ruolo crescente di altri attori globali protagonisti euroasiatici.
La Cina, tradizionalmente prudente nella gestione delle crisi internazionali, osserva con attenzione l’evoluzione della situazione. Alcune mosse, come il dispiegamento della nave Liaowang-1 nello stretto di Hormuz — sofisticata piattaforma di monitoraggio elettronico e spaziale — indicano una strategia improntata alla cautela ma anche alla preparazione.
La nave cinese porta il nome della scienziata esperta di cibernetica, ideatrice del software e a capo del team che opera nella potente imbarcazione che tutto ascolta, registra e memorizza.
Il nostro è un mondo che faticosamente cerca un equilibrio verso un sistema multipolare. E se Russia e Cina non sono direttamente entrate nel conflitto mediorientale, è immaginabile che la prima, anche se impegnata in Ucraina, non lascerà solo l’Iran che sta mostrando notevole capacità di resistenza forse sottovalutata dall’amministrazione americana. Nata come blitzkrieg, proprio come a suo tempo fu in Ucraina, questa guerra pare protrarsi e incistarsi.
Alla luce di queste dinamiche, i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente possono essere interpretati come episodi di una più ampia competizione geopolitica globale.
Le grandi potenze stanno cercando di ridefinire l’assetto internazionale attraverso nuovi blocchi, alleanze e sfere di influenza.
Dal punto di vista statunitense, uno degli obiettivi fondamentali rimane quello di impedire la formazione di una Eurasia unificata e autonoma, potenzialmente guidata dalla Cina, sostenuta dalla Russia e da altre potenze regionali come l’Iran.
Il controllo dei nodi strategici del continente euroasiatico diventa quindi decisivo per mantenere l’equilibrio globale e preservare il predominio delle istituzioni economiche e finanziarie occidentali.
Il rischio, tuttavia, è che in questa competizione l’Europa finisca per assumere il ruolo di terreno di scontro piuttosto che di protagonista; di subire anziché sventare gli scossoni a suo danno.
Comprendere queste dinamiche richiede uno sguardo storico ampio e una consapevolezza geopolitica che spesso sembra mancare nel dibattito pubblico.
Eppure le radici delle tensioni attuali affondano in processi iniziati nel secolo scorso. Riscoprire quella memoria storica potrebbe rappresentare il primo passo per orientarsi in un mondo che appare sempre più instabile e incerto.
* L’articolo è stato pubblicato dal Nuovo Giornale Nazionale , da PensaLiberto.it e nel Blog Amore e Libertà’








