La crisi della multilateralità nell’era della multipolarità
di Paola Bergamo
L’ordine internazionale nato dopo il 1945 si fondava su un presupposto ambizioso: le grandi potenze, pur divise da interessi e ideologie differenti, riconoscevano la necessità di cooperare per evitare nuove guerre sistemiche.
Le Nazioni Unite nate il 24 ottobre 1945, il Fondo Monetario Internazionale del 22 luglio 1944 e la Banca Mondiale sorta il 27 dicembre 1945, rappresentavano l’architrave di un multilateralismo pensato per garantire stabilità, sviluppo e gestione condivisa delle crisi.
Oggi questa architettura appare sempre più fragile, palesando la propria inefficacia nel riuscire a regolare le relazioni tra gli Stati membri. Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza sono ignorate, la diplomazia fallisce, la possibilità di dialogo, sotteso al principio di multilateralità è in default. All’orizzonte si affacciano nuovi organismi come il “Board of Peace” costituitosi il 22 gennaio 2026 a Davos, dove il Presidente Trump, addirittura Presidente a vita, si è posto l’ambizioso progetto di promuovere la stabilità e assicurare una pace duratura nelle aree afflitte o minacciate dai conflitti.
Però infiamma la guerra e se ci si guarda intorno non vi è affatto un dialogo tra le parti e i conflitti si riaccendono perché prevale l’idea della forza come grammatica relazionale, anziché la forza dell’idea di giustizia come sintassi morfologica per il raggiungimento e mantenimento della pace.
La crisi degli storici organismi che si richiamano al principio di multilateralità è questione piuttosto grave, tanto più che il mondo si sta muovendo verso una propria riconfigurazione multipolare, nella quale diversi centri di potere competono per influenza economica, tecnologica e militare. Tuttavia, la transizione non è affatto accompagnata da un rafforzamento della cooperazione, bensì da una sua progressiva erosione, verso una rivalità sistemica.
Dopo la Guerra Fredda, l’apparente predominio dell’Occidente e in particolare degli USA aveva alimentato l’idea di un ordine internazionale relativamente stabile. L’interconnessione e interdipendenza economica sembrava ridurre la probabilità di conflitti tra grandi potenze.
Ma l’ascesa della Cina e dell’India, il ritorno di ambizioni geopolitiche in altre aree del mondo e il crescente protagonismo di potenze regionali hanno trasformato il sistema internazionale. Oggi la sfida tra Washington e Pechino non è soltanto economica o commerciale: è una competizione sistemica che riguarda modelli politici, leadership tecnologica, controllo delle catene del valore e architettura della sicurezza nell’Indo-Pacifico.
La pressoché paralisi del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, spesso bloccato a causa dei veti incrociati, è il simbolo più evidente della crisi multilaterale. Quando le grandi potenze non condividono più un minimo di obiettivi comuni, le istituzioni nate per gestire i conflitti diventano arene di scontro e il Medio Oriente diventa lo specchio del disordine globale
Il conflitto in Medio Oriente, dove s’incrociano e scontrano culture e religioni diverse e dove passano la più parte degli interessi del mondo, rappresenta una cartina di tornasole della crisi mondiale attuale. Le tensioni regionali si intrecciano con gli interessi delle potenze globali che sostengono attori diversi e perseguono strategie divergenti. L’assenza di un coordinamento efficace tra le grandi potenze rende più difficile qualsiasi soluzione diplomatica duratura.
Rombano quindi le cannoniere; missili potenti tracciano linee di dolore solcando i cieli; il terrorismo si rimodella di volta in volta sull’odio trapiantato reciprocamente per generazioni; la crisi economico finanziaria impatta nel Medio Oriente devastando buona parte dei suoi popoli e gli effetti dirompenti riverberano tragicamente dall’altra parte del mare, nell’Occidente Europeo.
In un contesto di competizione strutturale, i conflitti regionali appaiono il sistema di dialogo politico e confronto tra superpotenze. Senza cooperazione, la multipolarità non produce equilibrio, ma frammentazione e instabilità cronica.
In uno scenario complesso come quello della nostra contemporaneità emerge con forza il ruolo dell’India, uno dei protagonisti della nuova fase multipolare. Con una crescita economica sostenuta, un peso demografico decisivo e ambizioni globali sempre più esplicite, Nuova Delhi si propone come attore autonomo e non allineato rigidamente ai blocchi contrapposti.
L’India mantiene relazioni strategiche con gli Stati Uniti, soprattutto nell’ambito della sicurezza indo-pacifica e della cooperazione tecnologica, ma allo stesso tempo partecipa ai BRICS, forum che mira a rafforzare il peso delle economie emergenti nella governance globale. Questa doppia proiezione riflette una strategia di “autonomia strategica”: massimizzare i benefici della cooperazione senza farsi assorbire in una logica di contrapposizione binaria.
Il ruolo indiano potrebbe rivelarsi decisivo. Se agirà come ponte tra Occidente e Sud globale, potrà contribuire a una riforma inclusiva del multilateralismo. Se invece la rivalità con la Cina – già evidente nelle tensioni di confine e nella competizione nell’Oceano Indiano – dovesse intensificarsi, il rischio sarà un’ulteriore polarizzazione asiatica con effetti sistemici.
La Multipolarità senza cooperazione ci espone al rischio di un’epoca sempre più aggressiva e guerreggiata.
La multipolarità, di per sé, non sarebbe sinonimo di caos. Può generare equilibri dinamici e forme di bilanciamento reciproco. Tuttavia, la storia dimostra che le fasi di transizione tra ordini internazionali sono particolarmente instabili.
Quando una potenza emergente sfida quella dominante, l’assenza di meccanismi di cooperazione aumenta la probabilità di conflitti diretti o indiretti.
Diversamente da quanto ha affermato il Primo Ministro canadese Mark Joseph Carney, non credo affatto che questa non sia un’epoca di transizione, nonostante la rottura sistemica. Tutte le epoche di transizione verso un nuovo ordine presuppongono il disgregamento o quanto meno la correzione di ciò che è stato prima. Concordo invece sul fatto che l’ordine internazionale basato sulle regole è sempre stato in una certa qual misura finzione. Il nucleo del discorso di Carney si fonda su di una metafora tratta dal libro del dissidente cecoslovacco Vàclav Havel “Il potere senza potere”: “sapevamo che la narrazione dell’ordine internazionale basato sulle regole fosse parzialmente falsa” e che i più forti si sarebbero esentati, quando a loro fosse convenuto di più, e che le regole commerciali sarebbero state applicate in modo asimmetrico, e così, però, a dirla tutta, mi appare sia sempre stato; e che il diritto internazionale sia stato applicato a rigore variabile, non è affatto novità, tanto per dirne una basti pensare ai bombardamenti su Belgrado, in quella che non fu una guerra ai confini dell’Europa ma dentro l’Europa.
Le regole, il diritto così spesso invocati da leader europei fariseisticamente indignati a parole per gli accadimenti della contemporaneità, rivelano l’amara verità: la crisi profonda di un sistema fintamente ritenuto oggettivo e universale ma di fatto pronto a essere disatteso se conveniente, perché alla base non vi è mai stato quale collante l’idea di giustizia tra le genti, questa sì un principio universale, ma l’interesse di potentati.
Oggi dunque, se la competizione tra Stati Uniti e Cina continuerà a svilupparsi secondo una logica a somma zero, e se attori come l’India saranno costretti a scegliere campi contrapposti, il risultato è quello che si sta profilando: un mondo diviso in blocchi, guerre per procura, sanzioni sistemiche, corsa agli armamenti e crescente militarizzazione delle relazioni internazionali.
Al contrario, una multipolarità cooperativa richiede compromessi realistici, riforma delle istituzioni internazionali e riconoscimento reciproco delle sfere di interesse. In un mondo interconnesso, nessuna superpotenza può perseguire i propri obiettivi ignorando i costi globali.
La crisi della multilateralità non è dunque un semplice passaggio tecnico, ma il nodo centrale del nostro tempo. La multipolarità è ormai un dato strutturale. La vera questione è se sarà governata attraverso nuove forme di cooperazione tra Stati Uniti, Cina, India e gli altri poli emergenti, oppure se segnerà l’ingresso in una fase storica caratterizzata da competizione permanente e conflittualità crescente.
Resta l’amarezza e l’incognita geopolitica e geoeconomica per la marginalizzazione dell’Occidente europeo stretto tra irrilevanza strategica e ambizioni di autonomia.
L’Occidente europeo si trova in una posizione paradossale. Da un lato è stato il cuore storico del multilateralismo nel contesto euro-atlantico e dall’altro lato appare uno degli attori più esposti alla frammentazione del sistema globale.
Nonostante l’Europa rappresenti un “unicum”, una potenza economica ancora di primo piano, ma con una sovranità politica e militare incompleta, sul piano regolatorio e commerciale la Ue esercita ancora una certa qual influenza ma sul piano geopolitico e militare non è autonoma ed è tirata allo strascico, come fanno i pescherecci con le reti dove restano imprigionati le varietà che popolano il mare. Dipendenza strategica e vulnerabilità che la guerra in Ucraina ha messo in evidenza posto che l’Europa garantisce la propria sicurezza attraverso la NATO, ha sposato la visione americana precipitando in una crisi energetica e industriale da cui appare difficile risollevarsi oggi che il Medio Oriente torna palcoscenico drammatico di guerra. Un’ Europa stretta quindi tra USA e Cina: politicamente e strategicamente allineata a Washington ma integrata economicamente con Pechino, basta guardare alla quantità di automobili “made in China” , alcune per altro veramente belle, che sfrecciano eleganti sulle nostre strade sostituendo giorno per giorno il parco macchine fatto di vetture tedesche che pur erano il fiore all’occhiello dell’economia europea.
In un mondo multipolare segnato non da cooperazione ma rivalità tra superpotenze l’Europa si trova schiacciata tra blocchi contrapposti e la multilateralità fatta di regole, diritto e cooperazione si confronta con un contesto internazionale sempre più dominato da logiche di potenza.
La risposta europea alla crisi della multilateralità ruota attorno al concetto di “autonomia strategica” in settori chiave come difesa, energia, tecnologie critiche, politica industriale. Ma unità non c’è, le nazioni si sgambettano a vicenda, ciascuno tira l’acqua al proprio mulino rafforzando le superpotenze che scaricano sull’Europa i costi di ogni conflittualità.
In questa fase l’Europa dimostra una grave incapacità a realizzare sé stessa e saper porsi almeno come mediatore, come potenza diplomatica, come stabilizzatore, promuovendo riforme delle Istituzioni Internazionali oggi in crisi, sostenendo soluzioni cooperative nei conflitti regionali, inclusi quelli in Medio Oriente.
La crisi della multilateralità se mette quindi in discussione il sistema di governance globale che fu proprio l’Europa a contribuire a costruire potrebbe tuttavia rivelarsi una opportunità per ridefinire il proprio ruolo, abbandonare l’idea di essere il centro indiscusso del sistema internazionale, cosa che sarebbe accaduta se l’Europa si fosse costruita per tempo sociale, federale e non puramente mercatale. Oggi sarebbe già molto riuscire quanto meno a porsi attore capace di favorire la cooperazione in un mondo di superpotenze concorrenti, vale a dire trasformare la propria vulnerabilità in iniziativa politica.
In un’epoca di competizione sistemica la scelta non è tra potenza e irrilevanza ma tra frammentazione e responsabilità strategica. L’Europa è quindi a un bivio e il futuro dell’ordine internazionale dipenderà anche da questa scelta.
L’articolo è stato pubblicato il 6 marzo dal Nuovo Giornale Nazionale ( www.nuovogiornalenazionale.com )








