GUERRE ENERGETICHE E DECLINO EUROPEO: IL COSTO GEOPOLITICO DELL’AVIDITA’
di Paola Bergamo
L’essere umano, ancora una volta, si dimostra indifferente all’unicità del valore della vita.
I potenti della terra, nel nome dell’avidità, sembrano percepire come un proprio diritto quello di mandare a morire i propri simili, dimenticando la natura transitoria dell’esistenza e la fragilità del sistema che li sostiene.
Il pianeta che abitiamo assomiglia a una navicella sufficientemente fornita di risorse per garantire a tutti una vita dignitosa. Eppure, mentre la ricchezza globale continua a crescere, essa si concentra progressivamente nelle mani di pochi, ampliando le disuguaglianze e trascinando nella vulnerabilità anche aree storicamente prospere come l’Europa.
In questo contesto, le guerre a noi più prossime, in Ucraina come in Medio Oriente, non possono essere interpretate esclusivamente come conflitti regionali o ideologico-religiosi. Esse rappresentano l’espressione di una competizione sistemica per il controllo delle risorse, delle rotte energetiche e delle leve economiche globali, divenendo strumento per un dominio energetico sul mondo.
Nel sistema internazionale contemporaneo, l’energia è il principale vettore di potere. Il controllo delle fonti, delle infrastrutture e dei corridoi di transito determina la capacità degli Stati di influenzare gli equilibri globali dove i conflitti in Ucraina e Medio Oriente possono essere letti come momenti di una più ampia ristrutturazione dell’ordine energetico mondiale.
La rottura del legame tra Europa e Russia, culminata nel sabotaggio del Nord Stream 2, espressione del conflitto tra Sea Power versus Land Power, è stato centrale nel ridisegnare le catene di approvvigionamento, favorendo nuovi attori e nuove dipendenze. Parallelamente, l’instabilità mediorientale esercita una pressione costante sui mercati petroliferi globali, mantenendo elevata la volatilità e rafforzando il valore strategico delle rotte marittime.
Non si tratta di guerre pianificate per il solo controllo delle risorse, ma di conflitti in cui la dimensione energetica costituisce un fattore strutturale centrale, capace di orientare decisioni politiche e militari.
Le guerre contemporanee evidenziano una dinamica ricorrente: mentre distruggono valore in termini sociali e materiali nel contempo generano opportunità di profitto per specifici settori.
L’aumento della spesa militare, la volatilità dei mercati e la riorganizzazione delle catene di approvvigionamento favoriscono i grandi gruppi energetici globali, l’industria della difesa e gli operatori finanziari attivi nei mercati delle materie prime suggerendo l’esistenza di una convergenza strutturale tra conflitto e profitto. In tale contesto, la guerra diventa non solo una tragedia politica, ma anche un fenomeno integrato nei meccanismi di accumulazione globale.
Il risultato è una crescente asimmetria tra gli ingenti costi umani, sociali ed economici di fronte a benefici che tendono a concentrarsi.
In questo panorama l’Europa appare la principale vittima sistemica perché se alcuni attori globali traggono vantaggio dalla riorganizzazione geopolitica, l’Europa emerge come uno dei principali perdenti e in Ucraina, sostenuta al prezzo della propria competitività/benessere e nel contempo in Medioriente, risultando vittima predestinata degli effetti della chiusura dello stretto di Hormuz e della distruzione dei centri di raffineria del petrolio.
La fine dell’accesso a energia a basso costo ha colpito al cuore il modello industriale europeo, costruito sull’equilibrio tra competitività manifatturiera ed efficienza energetica. La sostituzione di tali forniture con fonti più costose produce un aumento permanente dei costi industriali, accelera nuovi processi di delocalizzazione e perdita di competitività.
Se a ciò si aggiungono il rialzo dell’inflazione, la compressione dei salari, l’aumento della spesa pubblica per sussidi e difesa, il risultato è un indebolimento simultaneo della base industriale, della stabilità sociale e della capacità fiscale degli Stati europei.
Non esente da gravi responsabilità è la Ue che, con scelte ideologiche spesso in danno all’economia reale ha evidenziato la propria incapacità di elaborare una risposta atta a contenere i danni.
Ciò comporta una inevitabile frammentazione interna e il ritorno degli Stati nazionali che tendono a privilegiare soluzioni il più possibile in proprio, soprattutto in ambito energetico e industriale, riducendo la coerenza stessa del mercato unico.
La cosa non è secondaria perché la Ue è stata generata e si è sviluppata con natura mercatale a discapito di una necessaria natura politica. La mancanza di soggettività politica e la dinamica in atto condanna gli europei a un potenziale arretramento storico: da progetto di integrazione sovranazionale a sistema di Stati nuovamente in competizione tra loro, sempre più fragili, via via meno determinanti nello scacchiere mondiale e, nella competizione tra Stati Uniti e Cina, trasformati da attore globale unitario a spazio economico subordinato e vulnerabile.
In tale contesto il ruolo degli Stati Uniti mira a ridefinire l’equilibrio occidentale al prezzo dell’occidente europeo.
Gli Stati Uniti, non hanno mai inteso ritrarsi dal sistema internazionale e il MAGA, implica piuttosto un loro intervento sempre più selettivo volto a massimizzarne l’influenza riducendo i costi diretti.
Ma vi è una contraddizione di fondo: gli USA di Trump, ma anche prima con Biden, hanno posto in capo all’Europa lo scotto economico dei conflitti e vorrebbero tuttavia un maggior coinvolgimento militare degli alleati con lo scopo di rafforzare la posizione americana nei mercati energetici globali attraverso l’utilizzo combinato di strumenti militari, economici e finanziari. Una manovra a tenaglia in cui l’Europa si è lasciata imbrigliare per la propria miopia strategica, ritrovandosi progressivamente marginale nel ridisegno di un sistema di gerarchie tra potenze.
In questo processo l’Europa è vittima sistemica, economicamente indebolita, energeticamente dipendente e politicamente più frammentata.
Il paradosso è evidente. In un mondo dotato di risorse sufficienti che garantirebbero una vita dignitosa per tutti, la competizione per il controllo di tali risorse continua a generare distruzione, instabilità e disuguaglianza. La guerra, lungi dall’essere un’eccezione, rischia di diventare una componente strutturale dell’economia globale in un mondo dove l’idea unipolare americana si scontra con la realtà multipolare che si va consolidando.
Se la conflittualità che accompagna questo cambio di paradigma non verrà invertita, il vero esito di questa fase storica non sarà soltanto la ridefinizione degli equilibri di potere, ma la normalizzazione di un sistema in cui il valore della vita umana viene subordinato alla logica dell’accumulazione e del dominio.
E in questo sistema, l’Europa – un tempo centro di equilibrio e prosperità – rischia di scoprirsi progressivamente impotente.
Ma vi è di più: le guerre in Ucraina e Medio Oriente si inseriscono in una competizione che va oltre la dimensione regionale e riguarda l’architettura stessa del sistema economico globale.
Al centro di questa competizione fondamentale è il confronto tra il dollaro statunitense e il crescente tentativo cinese di internazionalizzare lo yuan.
Il predominio del dollaro rappresenta uno dei pilastri fondamentali della potenza americana. Esso consente agli Stati Uniti di finanziare il proprio debito a costi relativamente bassi, esercitare influenza attraverso il sistema finanziario internazionale, utilizzare strumenti come sanzioni e accesso ai circuiti di pagamento globali.
In questo contesto, il mantenimento della centralità del dollaro non è solo una questione economica, ma un obiettivo strategico e di sopravvivenza degli Usa.
Parallelamente, la Cina sta perseguendo una strategia graduale ma strutturata di riduzione della dipendenza dal dollaro e di costruzione di un sistema finanziario alternativo, sposata dai BRICS. Negli ultimi anni, Pechino ha promosso l’utilizzo dello yuan nei pagamenti commerciali internazionali, sistemi di pagamento alternativi a quelli dominati dall’Occidente e promosso accordi bilaterali per l’uso della propria valuta negli scambi
Secondo analisi recenti, la Cina utilizza ormai lo yuan in una quota crescente delle transazioni internazionali, arrivando a superare il 50% nei propri flussi transfrontalieri, mentre la quota del dollaro nelle sue operazioni è diminuita significativamente. Allo stesso tempo, Pechino sta accelerando l’internazionalizzazione della propria valuta attraverso infrastrutture finanziarie e digitali, con l’obiettivo dichiarato di costruire un sistema monetario più multipolare.
Tuttavia, il dollaro mantiene una posizione dominante: rappresenta ancora circa il 48% dei pagamenti globali, contro una quota molto più ridotta dello yuan. Questo squilibrio evidenzia come la competizione sia ancora aperta e di lungo periodo dove l’Europa si trova schiacciata tra due strategie divergenti.
Da un lato c’è la politica statunitense (Sea Power) – soprattutto nel contesto delle guerre in Ucraina e Medio Oriente – con effetti che, se non intenzionali (ma il Fuck the Ue di Victoria Nuland non lascerebbe dubbi) risultano strutturalmente penalizzanti per l’Europa concretizzandosi in aumento dei costi energetici, rafforzamento della dipendenza dal LNG americano, maggiore subordinazione strategica in ambito militare.
Dall’altro lato, c’è l’interesse strategico della Cina (Land Power) che appare, almeno sul piano economico, differente. Pechino ha costruito la propria crescita sull’espansione commerciale e sull’integrazione nei mercati globali. In questa logica, un’Europa economicamente solida rappresenta per la Cina un mercato di sbocco fondamentale per le proprie esportazioni, un partner tecnologico e industriale rilevante, un nodo centrale nelle catene del valore globali.
Studi recenti sulle catene globali del valore mostrano come la Cina abbia rafforzato la propria integrazione economica con Europa e Asia anche durante le crisi geopolitiche, consolidando il proprio ruolo nei segmenti produttivi intermedi.
Ne deriva una tensione strutturale: mentre la dinamica geopolitica occidentale tende a indebolire l’Europa nel breve periodo, la logica economica cinese presuppone invece un’Europa prospera e integrata, funzionale alla propria espansione commerciale.
Se si osservano le dinamiche in corso in una prospettiva più ampia, emerge un quadro chiaro: le guerre regionali sono sempre più intrecciate con una competizione globale per il controllo non solo delle risorse, ma anche delle regole del sistema economico internazionale.
Il confronto tra dollaro e yuan rappresenta quindi uno dei fronti principali di questa trasformazione. Non si tratta ancora di una sostituzione imminente, ma di un processo graduale verso un ordine monetario più frammentato e multipolare.
In questo scenario, che si preannuncia perciò sempre più conflittuale, l’Europa appare come l’anello più fragile, colpita da shock energetici, attraversata da tensioni interne, priva di una piena autonomia strategica, rischia di trovarsi in una posizione subordinata in entrambe le traiettorie: dipendente dagli Stati Uniti sul piano della sicurezza e dell’energia, esposta alla penetrazione economica cinese sul piano commerciale.
Il paradosso finale è che, mentre le grandi potenze competono per ridefinire l’ordine globale, l’Europa rischia di perdere progressivamente la capacità di influenzarlo.
E così, in un mondo in cui la ricchezza aumenta ma si concentra, e in cui la guerra diventa sempre più integrata nei meccanismi economici, la questione fondamentale resta aperta: se il sistema globale è abbastanza ricco da sostenere tutti, perché continua a produrre conflitti che impoveriscono molti per rafforzare pochi?
La risposta, forse, non risiede nella scarsità delle risorse, ma nella struttura del potere che ne governa la distribuzione.








