CARA UE, MA DOVE VAI SE IL POPOLO NON CE L’HAI?
di Paola Bergamo *
Buona parte della responsabilità di disuguaglianze e del perché destra, sinistra e partiti di centro non riescano più a mettere nei loro programmi la Giustizia Sociale, grava sulla Ue.
Difendere la libertà non è cosa facile.
Sull’onda di quel “fa come se dipendesse tutto da te!” – nella certezza che, come mi ha insegnato mio Nonno, Mario Bergamo, “la Giustizia Sociale è madre della Libertà”, ecco che ancora una volta ci provo (!) sperando che le forze politiche possano immaginare di recuperare il loro precipuo ruolo e ridare un senso allo spazio politico.
Mario Bergamo dedicò la sua intera vita a propugnare la Giustizia Sociale che, puntualmente, viene evocata nei programmi elettorali, nei discorsi parlamentari, nelle rivendicazioni sindacali e nei documenti ufficiali. Eppure, nella pratica politica, sembra aver perso centralità. Né i partiti di destra né quelli di sinistra, nè le periodiche aggregazioni elettorali di centro riescono oggi a collocare stabilmente un’agenda che si occupi di redistribuzione della ricchezza, di rafforzamento strutturale del welfare, di riduzione delle disuguaglianze.
Il problema non è soltanto ideologico. È sistemico. Riguarda l’assetto della politica contemporanea a livello nazionale ed europeo.
Vi è una convergenza silenziosa tra tutti.
Per decenni destra e sinistra hanno rappresentato visioni alternative dell’economia e della società.
La sinistra storica nasceva per difendere il lavoro, sostenere l’intervento pubblico, redistribuire ricchezza.
La destra difendeva la proprietà privata, l’impresa e una minore presenza dello Stato nell’economia. Oggi, questa distinzione si è attenuata. Non perché siano scomparse le differenze culturali o simboliche, ma perché entrambe le aree politiche operano dentro un perimetro economico molto simile spesso rispondendo a medesime imposizioni ed è anche per questo che non esiste una reale opposizione alla maggioranza che pur sarebbe essenziale in una viva democrazia. Ma le politiche fiscali sono vincolate dal debito pubblico; la spesa sociale è subordinata agli equilibri di bilancio; le scelte economiche sono costantemente valutate in base alla “credibilità” verso i mercati finanziari.
In questo quadro, la giustizia sociale diventa un obiettivo dichiarato, ma non prioritario, anzi, a ben vedere, un ostacolo a tener fede agli impegni assunti non tanto con il cittadino elettore, quanto con la Ue tutta finanza e mercato.
La destra tende a concentrare la propria agenda su sicurezza, identità, riduzione fiscale selettiva.
La sinistra, soprattutto negli ultimi decenni, ha spesso spostato il proprio baricentro verso i diritti civili e le questioni culturali, lasciando in secondo piano la trasformazione strutturale dell’economia.
Il risultato è una convergenza pratica: nessuna delle diverse aree politiche mette realmente in discussione l’architettura economica di fondo.
Viene quindi da chiedersi quanti e quali siano le responsabilità della Ue nell’aver messo sotto scacco la Giustizia Sociale e quindi Uguaglianza e Libertà. E’ una delle tesi che ho sostenuto nel mio “Ritrovare i Sentieri dell’Europa sulla via tracciata da Mario Bergamo” dove richiamo la necessità di un’Europa Federale e Sociale e il mio disappunto per un’Europa mercatale.
Al di là delle dichiarazioni di facciata o dei timidi riferimenti a una disuguaglianza crescente come di recente ha detto Mario Draghi dall’Università di Lovanio, in Belgio, a proposito della laurea ad honorem conferitagli per il suo contributo all’integrazione economica europea, mi chiedo quale integrazione possa davvero esservi se tra la gente comune che costituisce il popolo d’Europa regni tanta ingiustizia. Mi chiedo anche quale integrazione possa realmente esservi se non vi è quella pensata per i popoli e sposata dai popoli che si sentono quanto mai presi in ostaggio dai vincoli europei e dalla riduzione della sovranità economica e politica.
Ecco quindi che il nodo centrale di tutto riconduce all’integrazione europea. L’adesione all’Unione Europea e all’Unione economica e monetaria ha comportato benefici in termini di stabilità e integrazione dei mercati, ma oggi, complice la grande crisi energetica e economica, sono anche più insostenibili i vincoli stringenti imposti i cui effetti negativi producono anche l’impossibilità di manovre espansive capaci di dare risposta alle questioni sociali.
La governance economica europea — attraverso la Commissione europea, il Consiglio dell’Unione Europea e la BCE — esercita una sorveglianza costante sulle politiche di bilancio degli Stati membri. Il Patto di stabilità, le regole sul deficit e sul debito, le procedure di infrazione limitano fortemente la possibilità di espansione strutturale della spesa pubblica.
Questo significa che un governo nazionale, anche se politicamente determinato ad attuare un massiccio piano di redistribuzione, deve fare i conti con parametri di deficit, sostenibilità del debito, reazioni dei mercati finanziari, vincoli sugli aiuti di Stato.
La Giustizia Sociale diventa un problema per un’architettura istituzionale costruita negli anni con l’obiettivo primario di garantire stabilità monetaria e disciplina fiscale. Il progresso sociale non è profondamente contemplato. Questa architettura è stata progettata sull’integrazione economica, non su quella sociale. Questo è uno dei grandi difetti della costruzione europea e afferisce alla sua stessa natura.
L’Europa ha una moneta unica e una banca centrale potente. Non ha, invece, un vero bilancio federale in grado di operare una redistribuzione significativa tra territori e società. Mario Bergamo diceva che la questione europea fosse questione sociale e che il disequilibrio tra nazioni ricche e nazioni povere innescasse il conflitto e che la pace si doveva erigere non solo su mercati o armamenti- oggi drammaticamente tornati in voga – ma “su una certa qual giustizia tra gli uomini.”
Industriali illuminati come Adriano Olivetti sostenevano che la ricchezza deve avere ricaduta sociale. Il risultato sotto i nostri occhi è uno squilibrio strutturale: l’integrazione dei mercati è avanzata più rapidamente anche se oggi ha subito gravi contraccolpi, mentre l’integrazione sociale è rimasta lenta e anzi registra un’inversione di tendenza rispetto a qualche decennio fa se è vero come è vero che il caro vita, complice il costo energetico, declassa interi comparti della società, mentre la mancanza di indipendenza energetica, o di approvvigionamento della stessa a prezzo calmierato e conveniente, sta deindustrializzando l’Italia e l’Europa mettendo a repentaglio lo stato sociale, la più importante conquista del ‘900.
Un secondo elemento decisivo che ha operato a discapito della Giustizia Sociale è la finanziarizzazione dell’economia globale. Oggi i capitali si muovono con estrema rapidità. Le grandi imprese operano su scala transnazionale. La tassazione progressiva incontra limiti pratici legati alla concorrenza fiscale tra Stati e in Europa proprio tra i paesi che si ritengono frugali esistono floridi paradisi fiscali.
In questo contesto, ogni politica redistributiva significativa viene valutata anche in funzione delle sue possibili conseguenze sui flussi di investimento e sulla stabilità finanziaria. I governi temono l’aumento dello spread, il declassamento del rating, la fuga di capitali.
La politica economica si muove entro un perimetro ristretto. Se anche vi fosse la volontà di fare politiche sociali, costante è la percezione di un limite strutturale. La giustizia sociale non è centrale: la priorità per la politica è la stabilità finanziaria.
Un altro fattore è la crescente tecnicizzazione della politica economica. Le decisioni fondamentali vengono spesso prese in sedi percepite lontane dai cittadini: negoziati intergovernativi, riunioni di ministri delle finanze, direttive e regolamenti sono elaborati a Bruxelles. La gente comune e i loro bisogni non sono in agenda anche se su quest’ultimi vengono scaricati i costi degli errori commessi.
Il Parlamento europeo, pur essendo eletto direttamente, non ha i poteri di iniziativa legislativa di un parlamento nazionale. Questo contribuisce alla percezione di un deficit democratico e di una incolmabile distanza tra la gente e le istituzioni europee.
Quando le scelte, che pesano così tanto nelle tasche della gente comune, vengono presentate come “obbligate dai mercati” o “imposte dall’Europa”, la responsabilità politica si diluisce, trova un alibi alla propria inazione sociale.
I governi nazionali tendono a scaricare all’esterno decisioni impopolari, mentre le istituzioni europee rivendicano il rispetto di regole condivise. In mezzo c’è il cittadino che percepisce una riduzione della propria capacità di incidere, si sente abbandonato, diserta le urne o vota per protesta.
La giustizia sociale richiede scelte politiche chiare: chi paga? Chi beneficia? Quali interessi vengono penalizzati? In un sistema fortemente tecnocratico, queste scelte vengono spesso tradotte in linguaggio tecnico, perdendo il loro contenuto conflittuale e democratico.
La priorità della sicurezza e della difesa diventano il nuovo mantra atto a calamitare consenso evitando d’ affrontare, complice la scarsità di mezzi e l’alveo risicato per l’azione, il vero problema politico, saper rispondere alle questioni sociali.
Negli ultimi anni, il contesto geopolitico ha ulteriormente spostato l’attenzione.
Le tensioni internazionali, le guerre ai confini dell’Europa, l’instabilità globale hanno portato al centro della discissione politica il tema della difesa e della sicurezza. Temi che in parte esistono davvero ma, enfatizzandoli, servono anche a distogliere l’attenzione dai problemi sociali nonostante sia palpabile e tangibile il malcontento e talora appare a rischio da noi come altrove la stessa tenuta sociale.
Buona parte della violenza che si registra nella società è figlia dell’ingiustizia, della disuguaglianza e della crescente povertà.
La UE ha avviato programmi comuni nel settore della difesa, mentre molti Stati membri hanno aumentato la spesa militare. Questa scelta viene giustificata come necessaria per garantire autonomia strategica e protezione. Tuttavia, ogni euro destinato alla difesa è un euro che non va al welfare, alla scuola, alla sanità, alla lotta contro la povertà. In un contesto di risorse limitate, le priorità certo contano. E negli ultimi anni la sicurezza esterna è apparsa più urgente della giustizia sociale interna. Ma è un errore che fan tutti indistintamente.
Infine c’è un aspetto culturale. I partiti di massa del Novecento avevano una forte base sociale organizzata: sindacati, associazioni, movimenti. Oggi i partiti sono strutture più leggere, meno radicate sui territori, più orientate alla comunicazione specie via social che alla mobilitazione territoriale. Di recente abbiamo constatato che le manifestazioni ripropongono violenze e devastazioni più che attivismo e civismo. Sembra che l’obiettivo primario sia la destabilizzazione, segno chiaro del persistere di centrali anche straniere che cercano di sabotare il nostro paese.
La politica poi si è molto personalizzata. Le campagne elettorali ruotano attorno a leader e slogan. I temi complessi della redistribuzione, della riforma fiscale progressiva, della riorganizzazione del welfare richiedono tempo, conflitto sociale, capacità organizzativa. E purtroppo non producono consenso immediato. Serve tempo: chi ha tempo non aspetti tempo!
Anche per questo motivo, costando fatica, non vi è una seria e impegnata declinazione politica ancorché vi sia una reale emergenza sociale. È più semplice mobilitare su temi identitari o emergenziali che costruire un progetto coerente di trasformazione economica e sociale.
Esiste ancora spazio per la giustizia sociale?
Se la giustizia sociale oggi è marginale nei temi della politica, non significa sia impossibile rilanciarla. Significa riconoscere che servirebbe un cambiamento profondo su più livelli a livello nazionale ed europeo. Servirebbe una riforma dell’architettura europea che rafforzi la dimensione sociale; una cooperazione fiscale più stretta per limitare la concorrenza al ribasso; una ridefinizione delle priorità di spesa pubblica; un ritorno della politica come luogo di conflitto legittimo sugli interessi.
La giustizia sociale non è solo una questione di bilancio. È una scelta politica che implica redistribuzione del potere economico. Ed è proprio per questo che incontra resistenze.
La difficoltà di metterla al centro da parte di tutte le attuali forze politiche, non è soltanto frutto di incoerenza o mancanza di volontà ma è purtroppo il prodotto di un sistema politico ed economico in cui la stabilità finanziaria, l’integrazione dei mercati e la sicurezza geopolitica sono diventate priorità dominanti.
L’Unione Europea rappresenta in modo emblematico questa tensione: una costruzione avanzata sul piano economico e monetario, ma incapace di rispondere alle questioni sociali e quindi democratiche al di là dei principi richiamati a parole.
Se la politica vuole tornare nel cuore della gente, deve occuparsi realmente della gente, cioè di giustizia sociale!
Dovrebbe quindi essere una priorità, per chi voglia fare buona politica, riaprire il dibattito sui vincoli che oggi si considerano intoccabili. Dovrebbe essere irrinunciabile assumersi la responsabilità di scelte redistributive esplicite. Dovrebbe essere essenziale restituire ai cittadini la percezione che le decisioni fondamentali non siano semplicemente il risultato di automatismi tecnici, ma di scelte politiche discutibili, modificabili, democraticamente contendibili.
Senza questo passaggio, la giustizia sociale resterà una parola nei programmi elettorali, relegando la politica a vassallo della finanza, della finanziarizzazione dell’economia. La politica che non teme i cittadini ma le reazioni dei mercati finanziari, la fuga di investimenti, non è buona politica tanto più che i capitali si muovono rapidamente mentre la gente comune impoverisce smarrita e silente.
Aumentano disuguaglianze e povertà: è più che evidente che così non va…!!!
*L’articolo è stato pubblicato il 18 febbraio 2026 sul Nuovo Giornale Nazionale (www.nuovogiornalenazionale.com )








