LIBANO, TERRA DI RICCHEZZA E DI MARTIRIO
di Antonio Bettelli
La storia batte ancora una volta il suo tragico contraccolpo di distruzione e di morte. Lo fa come se null’altro fosse accaduto prima. Compie questo torto innanzitutto verso se stessa, rinnegando gl’insegnamenti del passato di cui dovrebbe essere invece testimone. Basterebbe girarsi all’indietro per accorgersene. La linea della storia è dunque disattesa o forse è solo ribadita con la conferma dolorosa della sua traccia.
Il Libano si trova oggi nuovamente al capolinea di un ciclico percorso sociologico, politico, economico e umano fatto di speranze tradite, di vivide illusioni, di crisi accorate. La diatriba tra convivenza e separazione, ma anche tra confessionalismo e secolarismo, si rinnova incompiuta.
Cerchiamo allora di conoscere qualcosa di più. Il Libano contemporaneo nasce nel 1800 in una terra che è, per ubicazione geografica e per morfologia, un luogo di mezzo. Un crocevia che collega Oriente e Occidente, e poi terra e acqua, deserto e mare. Il Libano è un punto di osservazione che guarda all’azimut settentrionale dell’antica e Sublime Porta, quindi al dominio ottomano e sunnita, ma è anche luogo nel quale si respira il vento proveniente dalle longitudini iranico-persiane, quindi dall’origine profonda dello scisma islamico, ed è anche spazio di prossimità con i villaggi della Galilea del Nord con la cui gente ci si guarda negli occhi, spesso scoprendo affinità tanto nei tratti somatici quanto nei fonemi gutturali prodotti dalle rispettive lingue. Il Libano è divenuto anche enclave della società cristiano-maronita, costola autonoma di santa romana chiesa, ma è pure insediamento per i greco-melchiti, i greco-ortodossi, gli armeni.
La morfologia del terreno, l’orografia aspra, l’idrografia generosa dell’entroterra fertile lasciano intendere che il Libano è spazio rifugio, ma che è anche area di attraversamento nel solco formato dal Monte Libano – dalle cui sommità è possibile rimirare agli estremi dello sguardo tanto l’isola di Cipro quanto il deserto damasceno – e dalla catena dell’Antilibano, dispiegata lungo il confine con la Siria. La valle formata dalle due dorsali sembra fatta apposta per potersi muovere da nord a sud con facilità, congiungendo così Mashreq e Maghreb, cioè Vicino Oriente e Nordafrica. Lo si fa percorrendo l’arco della mezzaluna mediterranea e attraversando antichissimi siti greco-romani di rara bellezza come quello di Baalbek o altri dell’epoca omayyade come l’insediamento archeologico di Anjar.
Poi, non molte persone immaginano che il vino di quella valle araba, tanto musulmana quanto cristiana, sia nettare prelibato. Vino prodotto dall’opera originaria e sapiente di alcuni padri gesuiti giunti nell’Ottocento dall’Europa e stanziatisi in una terra che meglio di altre si prestava all’innesto dei vitigni francesi. Poi vi è l’acqua viva: quella dell’Oronte e del Leonte, un po’ più in là quella del Giordano e del lago di Tiberiade. Dicono che quella sarà la vera nuova ricchezza, l’oro bianco del domani.

La genesi del Libano contemporaneo si sviluppa attraverso un processo di formalizzazione, di legalizzazione e d’istituzionalizzazione di varie comunità. Nell’Ottocento, a formare il cosiddetto Piccolo Libano, contribuirono i drusi e i cristiani, provenienti da latitudini più lontane, dall’Egitto i primi e dalla Siria i secondi. Quelle comunità scelsero le montagne del Libano di oggi per fuggire dalle persecuzioni subite nei rispettivi luoghi di origine. E così quei due aggregati culturali, religiosi e sociali si arroccarono tra gli anfratti rassicuranti dei rilievi montuosi della Terra dei Cedri, quelli dello Chouf per i drusi e quelli di Bsharre per i maroniti. L’impero ottomano, aduso ad amministrare i territori occupati per il tramite delle genti del luogo, alle quali conferiva un certo grado di autonomia in cambio del versamento di tributi, riconobbe l’entità formata dalle comunità della montagna, mentre trattenne con vincoli più serrati le province della costa: Sidone, Tiro, Beirut Tripoli. In linea di massima la cosa funzionò, anche se non mancarono gli screzi che portarono di tanto in tanto a qualche baruffa. A metà del secolo, quando i diverbi si acuirono, intervennero i francesi a sostegno dei cristiani, mentre i drusi trovarono nell’impero britannico il loro referente. Quella protezione preannunciava ciò che sarebbe accaduto in seguito, quando l’impero ottomano avrebbe cessato di esistere e il Vicino Oriente sarebbe stato spaccato in due.
In quel territorio erano già presenti altre comunità che vivevano l’astratta adimensionalità dei loro villaggi e in essi la ruralità semplice delle loro vite familiari. I confini dettati dall’amministrazione ottomana formavano contenitori non rigidi, accoglienti per i costumi e per il credo religioso professato dai seguaci del Profeta. All’amministrazione del territorio provvedevano i governatori, e poi soprattutto gli anziani. Erano musulmani sciiti e sunniti, e ogni singola comunità-villaggio viveva secondo le proprie sfumature sociologiche. Erano pastori, pescatori, contadini. La conflittualità tra loro era pressoché assente.
La Grande Guerra europea, divenuta mondiale, fece sentire i suoi effetti anche sul Libano. L’impero ottomano, insieme ad altri, si dissolse. Intervennero le nazioni vincitrici che tracciarono, nel necessario tentativo di trovare una soluzione, nuove linee di confine nel Vicino Oriente. Le decisioni assunte attraverso le conferenze di pace, gli accordi internazionali e l’egida della Società delle Nazioni racchiusero entro rigide geografie cartesiane entità culturali e sociologiche prive di univoche dimensioni amministrative e fisiche. All’auto-referenzialità dei villaggi si sostituì il centrismo delle città divenute capoluoghi di un nuovo ma incompreso sistema amministrativo, sociale e politico.
Nacque il Grande Libano che vide annesso al Piccolo Libano druso e cristiano la regione del sud prevalentemente sciita, quella del nord a maggioranza sunnita e la valle della Beqaa in gran parte musulmana e in percentuale minore cristiana. I mandati francese su Libano e Siria e inglese su Iraq, Palestina e Cisgiordania scompaginarono ancor più l’ordine naturale di quelle genti diverse tra loro ma solidali nel condividere l’affinità antropologica delle rispettive appartenenze. In fondo c’era ancora spazio per tutti.
L’innesto dello stato d’Israele in esito allo sconvolgente epilogo della seconda guerra mondiale provocò un esodo anomalo dei palestinesi dai luoghi di residenza. Ancora una volta fu il Libano ad accogliere quei profughi. Lo fece storcendo il naso, con la consapevolezza che la mappa confessionale e culturale dello Stato non avrebbe facilmente creato spazio a quell’apporto demografico non richiesto e probabilmente neppure desiderato. La solidarietà panaraba impose al già fragile Libano la convivenza con i nuovi arrivati, transfughi dai territori di Israele. Intervenne la comunità internazionale organizzando con le sue agenzie umanitarie spazi dedicati all’accoglienza. Presto quei luoghi divennero invivibili, poiché sovraffollati, insalubri, deprivanti della dignità umana. La legge fece il resto disconoscendo alle comunità dei campi palestinesi i diritti elementari come il lavoro, il suffragio elettorale, la cittadinanza. I Palestinesi stessi, in gran parte, avrebbero rifiutato quei diritti se fossero stati loro offerti, perché ancora credevano di poter tornare alle loro case di cui serbavano le chiavi divenute simbolo della forzata rimozione.
L’espulsione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina dalla Giordania nelle tragiche circostanze del Settembre Nero, nel 1970, scelse il Libano come quartier generale di Arafat e dei feddayn palestinesi. Il Libano divenne l’epicentro della cosiddetta resistenza allo stato d’Israele. Il Paese dei Cedri non resse al carico di quegli avvenimenti, incapace di contrastare un fenomeno che trovava nei potentati del mondo arabo, e non solo in questi ultimi, autorevoli avalli. Anche l’ayatollah Khomeini agli albori della rivoluzione islamica a Theran accolse con i massimi onori Arafat riconoscendo nel movimento dell’OLP il fronte avanzato della resistenza islamica.
Dopo il 1948, anno della prima guerra arabo-israeliana, dopo la crisi di Suez nel 1956, dopo le guerre dei Sei Giorni nel 1967 e dello Yom Kippur nel 1973, le forze armate israeliane occuparono il Libano per debellare Arafat e l’OLP. Non bastò quella puntata offensiva nel territorio libanese per risolvere la minaccia palestinese; non servì neppure l’instaurazione della missione UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon) nel marzo del 1978, con lo stanziamento nel sud libanese di una significativa missione militare internazionale. Si arrivò al 1982, all’operazione Pace in Galilea che raggiunse la periferia di Beirut neutralizzando questa volta definitivamente Arafat e i suoi miliziani. La Tunisia li accolse. Il Libano era tuttavia compromesso e dilaniato da una guerra civile tra le milizie confessionali e familiari, mentre la Siria era intervenuta nel 1976 a capo di una forza di dissuasione araba: fu pretesto per insediarsi in Libano e così per operare dall’interno del Paese e perseguire la realizzazione della grande Siria di cui il territorio del Libano rappresentava, secondo Damasco, una provincia
Divenuto indipendente nel 1943, nato come Repubblica per modifica della costituzione del 1926 attraverso un accordo non scritto tra il Presidente maronita el-Khoury e il primo ministro sunnita el-Sohl (Patto Nazionale), il Libano politico e sociale continuò a dividersi tra il desiderio di superare il confessionalismo storico del suo popolo e l’insopprimibile bisogno di non alterare un sistema partitivo delle cariche istituzionali tra le maggiori confessioni religiose. Conteso tra Israele e Siria, quest’ultima divenuta longa manus della rivoluzione islamica khomeinista vis a vis Israele, e frammentato tra le sue numerose comunità, il Libano conobbe alcune delle pagine più difficili della sua storia: il centro cittadino di Beirut distrutto a cavaliere della linea verde di separazione tra l’ovest musulmano e l’est cristiano; i presidi militari americano, francese e italiano; l’eccidio nei campi profughi di Sabra e Shatila; il rapimento di numerosi esponenti del giornalismo internazionale; gli attacchi a danno dei contingenti stranieri.
Il 1990 pose fine alla guerra civile. La capitale e parte del Paese erano in ginocchio e l’OLP decapitato e annichilito. L’accordo di Ta’if in Arabia Saudita diede inizio alla seconda repubblica libanese con importanti emendamenti alla Costituzione del 1926 e ai riferimenti proposti dal Patto Nazionale del 1943: aumentarono a 128 i membri del parlamento; il rapporto tra cristiani e musulmani passò da 6/5 a parti uguali; i poteri del Presidente cristiano vennero edulcorati a vantaggio di quelli del primo ministro sunnita. Gli sciiti, seppur rappresentati in Parlamento, erano ancora marginali nello scenario sociopolitico, pur portando il peso maggiore del vicinato di confine con Israele e rappresentando la componente demografica destinata a divenire maggioritaria. Scomparso l’OLP nel 1982, tre anni dopo, nel 1985, in piena guerra civile, nacque un nuovo movimento paramilitare sciita, il Partito di Dio o Hezbollah: questa volta autoctono, nato nel sud per separazione dal preesistente movimento di AMAL, autorevole, vicino alla gente del sud, finanziato e addestrato da Iran e Siria, molto più efficace dell’OLP, molto più pericoloso.
Il resto, quanto cioè accaduto in seguito, ce lo ricordiamo bene. Giungiamo infatti ai nostri giorni attraversando l’omicidio del premier sunnita Rafik Hariri nel 2005, il ritiro dell’esercito siriano, le altre guerre con Israele, prima nel 2006 e poi con i bombardamenti delle ultime settimane, fino alle ultime ore, anche adesso con l’incursione via terra.
Che cosa cambierà? Difficile dirlo; difficile come sempre accade quando si voglia prevedere qualcosa in Libano.
Nella mia permanenza a Beirut e nel Sud del Paese ho imparato un’espressione molto interessante: “se qualcuno ti dice di aver capito il Libano, allora significa che non gliel’hanno spiegato bene”. Basterebbe, tuttavia, girarsi all’indietro per accorgersene.
Il mio vero timore, a fronte dello sgomento per tutto ciò cui stiamo assistendo in questi momenti, è che il Libano possa tornare alla guerra civile, poiché se il Paese con le proprie forze non è riuscito nel corso della sua storia contemporanea e moderna e superare il confessionalismo e a trovare un proprio equilibrio, a ciò non provvederà di certo un’ondata bellica, pur di simile portata. Non è la negazione di parte del Paese, in questo caso a discapito della componente sciita colpita dagli avvenimenti, che potrà stabilizzare il futuro del Libano. Penso che un depauperamento dell’autorevolezza sciita, tanto in Libano quanto altrove, possa, per contro, tragicamente ravvivare il conflitto intra-islamico innescando nuove scie di violenza e di odio.
L’Occidente del Presidente Trump ne sarebbe forse alleviato, ma si tratterebbe di un ennesimo fallimento per l’umanità.
* L’articolo è stato pubblicato dal Nuovo Giornale Nazionale ( https://nuovogiornalenazionale.com)








