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Monte Bianco-Mario Bergamo, per dare un tetto all’Europa ETS

VERSO LA NUOVA GUERRA MONDIALE? ATLANTISMO ED EURASIA – LE VISIONI DI MACKINDER E SPYKMAN PROIETTATE NEL TERZO MILLENNIO (di Antonio BETTELLI – giugno 2024)

planisfero

INTRODUZIONE

Con l’aggressione russa all’Ucraina, i timori di un conflitto ad alta intensità tra Est e Ovest emergono improvvisamente e si impossessano del dibattito pubblico. Accade allora che le politiche estere delle capitali europee e dei principali consessi sovranazionali cerchino affannosamente una via d’uscita dallo stato di crisi in atto, mentre le opinioni comuni si dividono tra la tesi del sostegno incondizionato all’aggredito, con le ineludibili derive militariste, e quella più cauta di un pacifismo ideologico privo di efficaci strumenti dissuasivi e persuasivi. Si ricorre, tanto nei dibattiti politici quanto in quelli di opinione, a giudizi geopolitici che evocano gelidi equilibri da guerra fredda o, all’estremo opposto, apocalissi nucleari per l’intera umanità.

In realtà, credo che sia molto difficile esprimere un’opinione attendibile su argomenti importanti e complessi come quelli legati alla sicurezza globale. La geopolitica non è una scienza esatta e non ha facoltà predittive, così come le opinioni che derivano dall’analisi dei rapporti di potere interstatuali non sono molto dissimili dalle previsioni meteorologiche: valide solo a breve se non a brevissima distanza, spesso imprecise, in qualche caso sbagliate. Sembrerebbe, infatti, che nell’equazione di analisi e previsionale per la formazione dell’opinione siano subentrati elementi di calcolo non ancora del tutto sviscerati. Parafrasando i fattori meteorologici, non vi sono più solo i movimenti delle grandi masse d’aria, non solo gli scambi termici tra correnti fredde e calde, non solo i moti convettivi indotti dalla diversità di temperatura delle superfici, ma anche la presenza di fenomeni nuovi e una mescolanza disordinata di questi ultimi. Venendo alla realtà geopolitica, e abbandonando il tentativo di sillogismo meteorologico, si tratta di fenomeni naturali o antropizzati, endogeni o esogeni al sistema al quale si sta guardando. Esempi di queste novità fenomenologiche sono l’accesso alla dimensione spaziale e cibernetica, l’avvento dell’intelligenza artificiale, la proprietà e la gestione dei mega dati, le rilevanze ambientali, il ruolo della finanza virtuale o la manipolazione della dimensione cognitiva; fenomeni che esulano dal divenire della nostra consolidata abitudine, dalla prassi rappresentata dalle più comuni regole del gioco, da definiti vincoli istituzionali, dal compendio vigente delle norme e persino, in qualche caso, dall’autorità dei governi nazionali o dalla volontà dei più accreditati organismi internazionali.

Dell’entropia che ne scaturisce non ci è dato di comprendere a fondo le cause, ed è quindi molto difficile prevederne gli effetti.

Allora capita di provare inquietudine innanzi al verificarsi di eventi solo in parte conosciuti e di non sentirsi più padroni del proprio tempo e del proprio spazio. Questo senso pervade fortemente le società attuali, quelle occidentali in particolare, inducendo il cittadino a estraniarsi dalla politica e dal dibattito pubblico per la risoluzione dei problemi comuni. L’indifferenza, talora sostituita o integrata dalla diffidenza, è uno dei mali peggiori della contemporaneità, mentre la politica e la comunicazione sociale si rivelano parzialmente efficaci nel semplificare la complessità del vivere e nel rendere il dibattito sui temi civili e sociali fruibile.

Sono convinto che tutti noi abbiamo la necessità di avvalerci di nuovi filosofi, cioè di intellettuali in grado di porre in evidenza il non visibile sommerso e di definire, rendendolo accessibile ai più, un rinnovato perimetro etico e valoriale che sia utile a limitare i comportamenti.

Vorremmo forse che a questa esigenza vi provvedessero l’intelligenza artificiale o le influenze sociali, mediatiche e commerciali? Su cosa si dovrebbe basare il costume di un popolo: sulla filosofia o sul marketing, sulla cultura o sul consumo?

LA CIFRA SPIRITUALE DELLA GUERRA – LA COSTITUZIONE

Venendo al tema odierno, cioè alla guerra di cui molto si parla, e all’impegnativo quesito-titolo della trattazione, vorrei iniziare la mia disamina citando un breve passaggio dell’introduzione che Piero Pieri – risorgimentista, soldato della Grande Guerra e Medaglia d’Argento al Valor Militare – antepose alla sua voluminosa opera dedicata alla Storia Militare d’Italia, presentata con il sottotitolo “Tra guerre e pace”.

copertina libro Storia militare d'Italia

 

Lo scrittore-storico recita che: “Guerra e insurrezione … sono (pur sempre) la manifestazione di forza attraverso la quale si attuano tanto spesso le maggiori conquiste della civiltà umana; e non vanno considerate soltanto (purché non si tratti di forme primordiali e degenerative) come manifestazione di forza bruta, bensì come di portato di energie spirituali, affermazione di necessità politiche e sociali, capacità di affrontare fatiche e pericoli, e spesso manifestazione grandiosa di spirito di abnegazione.”

 

L’autore, nella sua prolusione, si riferisce al percorso risorgimentale, viatico epico che portò l’Italia a definire la propria unità politica e sociale entro i confini della Penisola, cioè entro uno spazio fisico che per natura geografica è un unicum antropologico e sociologico. Le Alpi a nord, i mari intorno e l’estensione appenninica che favorisce la compartimentazione del territorio in valli, in pianure e in linee di costa – a tutto vantaggio dello sviluppo di numerose peculiarità locali – formano uno spazio che è, a dispetto delle occupazioni straniere che ne hanno caratterizzato il vissuto e pur con le sue variegate connotazioni sociali, una indivisibile unicità nazionale. La chiara definizione del territorio, l’unicità della lingua, pur nel nostro caso con la ricchezza di molte sfumature dialettali, l’appartenenza a un popolo regolato da un sistema omogeneo per la gestione dei bisogni collettivi essenziali costituiscono i tre pilastri sui quali si regge qualsiasi Nazione.

Aggiungo che l’immersione nell’antichità e nell’arte, oltre che nella magnificenza della natura, è così predominante nel nostro Paese da divenire per noi un inconscio orientamento alla bellezza e un comunitario marchio d’origine e di appartenenza. Ne scaturisce orgoglio, seppur tra le molteplici sfumature del territorio, e ne nascono sensibilità artistica, predisposizione alla creatività, amore per il confronto e per il dialogo, sana competizione per la crescita ordinata della collettività.
Credo che chiunque goda di questa opportunità di vita si senta parte integrante della gente d’Italia, cioè si senta e sia italiano.

Dovremmo tutti, soprattutto chi governa e chi amministra il territorio, non sottovalutare queste prerogative e operare per valorizzarle. Già molto, va detto, si sta facendo.

Integrando quanto affermato da Massimo d’Azeglio alla ormai prossima conclusione del percorso risorgimentale, circa l’esigenza di formare gli italiani una volta che fosse stata fatta l’Italia, ciò che forse ancora oggi langue nel processo di nazionalizzazione del nostro popolo è la capacità di rendere l’Italia vero Stato, offrendo ai cittadini uno spazio che sia di giustizia sociale e di uguaglianza democratica, tanto nell’esercizio dei doveri quanto nella fruizione dei diritti.
In fondo questa è proprio la complessità del compito affidato alla politica e alle istituzioni.

Nel Risorgimento, la gente che popolava la penisola italica aspirava a conquistare dignità e autonomia proprie. Grazie alla volontà di alcuni intellettuali che si fecero interpreti dello spirito libertario già in divenire presso altri movimenti europei, il bisogno identitario nazionale si diffuse nella collettività, specie in quella cittadina e borghese dei centri più importanti, e fu in grado di sovvertire, non senza il contributo di alleanze militari con paesi amici, lo status imposto dalle dominazioni straniere, avviando un percorso di progresso politico e sociale non più soggiogato al volere di entità aliene dal territorio della penisola.

Sappiamo che alla progressione di quel percorso non bastò il Risorgimento, e che ad esso dovettero far seguito altre profonde crisi nazionali ed europee: il secolo breve con le sue guerre, la Resistenza, che fu anche scontro civile e fratricida, la contrapposizione dei blocchi geopolitici nella guerra fredda, con il portato d’instabilità sfociato nel terrorismo degli anni di piombo, il tutto in un clima aggravato dalla lotta alla criminalità organizzata e alla mafia che arrivarono ad allearsi con i potentati politici e finanziari dello Stato.

Poiché se è vero che le forze positive possono aggregarsi nella spiritualità della missione per il bene – e i servitori istituzionali che lottarono per la giustizia sacrificando la loro stessa vita ne furono chiaro esempio – la stessa coesione può realizzarsi tra le forze del male.
Così accadde, infatti, tra terrorismo, criminalità e frammenti dello Stato in quel tragico frangente della nostra storia nazionale. Basti ricordare, a riguardo, l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano il 12 dicembre 1969 in Piazza Fontana, e quello fu solo l’inizio di un lungo periodo di terrore e di sangue per il nostro Paese, un periodo soggiogato alla manipolazione di entità interne deviate che operarono al soldo di soggetti esterni e alieni.

articolo 11 della Costituzione

 

Le parole di Pieri che ho poc’anzi citate non sono un enunciato apologetico della guerra. Esse vogliono, invece, esprimere la sacralità di un atto che la stessa nostra Costituzione liberale, repubblicana e democratica prevede: la difesa del territorio e, per estensione, la difesa della Nazione e degli Italiani.

Tra i dodici principi fondamentali, l’articolo 11 della Costituzione afferma il ripudio della guerra come strumento di offesa della libertà di altri stati e per la risoluzione di controversie internazionali.

Il principio costituzionale aborrisce dunque la guerra che si consumi in un ambito diverso da quello esclusivo dell’autodifesa e riconosce implicitamente l’obbligo della partecipazione dei cittadini alla guerra quando questa sia esercitata per la tutela della Nazione. Le parole del seguente articolo 52 sgomberano il campo da ogni dubbio: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino […]”. Nei due passaggi costituzionali è racchiuso il concetto della legittimità della forza che, seppur esercitata con violenza, perde il connotato negativo del sopruso quando persegua la tutela della collettività nazionale, divenendo finanche espressione di sacralità. Proprio lì vi è il senso della dimensione spirituale cui fa riferimento Pieri.

articolo 52

Solo questo credo sia, ancora oggi, l’ambito al quale dovremmo riferirci nell’osservare gli accadimenti che ci circondano; ed è proprio lì, nel discrimine etico proposto dagli enunciati della Costituzione, che occorrerebbe inquadrare i termini della nostra analisi e forse la scelta della giusta posizione d’opinione e politica sulla guerra.

Con riguardo alla possibilità recentemente ventilata dal presidente francese di partecipazione diretta dei soldati francesi (e per estensione di quelli della NATO) al conflitto ucraino, ribadita irresponsabilmente dalle dichiarazioni del politologo americano Edward Luttwack a un talk show televisivo, paventando un dispiegamento della NATO con funzioni logistiche a duecento chilometri dalla linea del fronte in Ucraina, non penso che un accordo internazionale, finanche importante come il Trattato Nordatlantico, sia condizione sufficiente per estendere il valore della spiritualità insito nella guerra di difesa della propria Nazione oltre i confini dello Stato, figuriamoci al di fuori del territorio della cosiddetta area euro-atlantica della NATO. Un accordo internazionale implica, come tutti gli accordi tra soggetti giuridici, un reciproco impegno di opportunità e d’interesse la cui ratifica e la cui esecuzione esigono l’avallo del Parlamento e quindi la valutazione della politica nazionale come più alta espressione della sovranità del popolo.

A quell’impegno non può neppure bastare l’idea di un’Europa unita, ancora oggi in realtà compartimentata e divisa, e quindi l’ipotesi spesso caldeggiata di disporre di un Esercito europeo che possa combattere con valore di unitaria spiritualità. A tal fine dovrebbe esistere la Nazione Europa, formata da un unico territorio, idealmente da un’unica lingua e da un unico popolo regolato da medesime leggi e sottoposto a un condiviso regime politico, economico e sociale.

Alla luce di queste inziali considerazioni su cosa io intenda, come cittadino italiano, per guerra, vorrei guardare con opportuno realismo alle nostra Forze Armate (per comodità ma anche per maggior competenza mi riferirò in prevalenza all’Esercito).

  

L’ESERCITO ITALIANO – LA MIA ESPERIENZA

Militando nell’Esercito Italiano per più di quarant’anni, ho avuto la possibilità di assistere da un osservatorio privilegiato ai cambiamenti organizzativi della nostra Difesa a cavallo della fine del secolo scorso, dal 1981 al 2022.

La temporanea risoluzione della contrapposizione globale tra Occidente e Unione Sovietica sopraggiunse dopo quarantacinque anni di “guerra fredda”. In quel lungo periodo di confronto dichiarato tra ovest ed est, la strategia difensiva dell’Alleanza Atlantica aveva adattato i suoi concetti d’intervento ai cambiamenti delle strategie nemiche, ma anche alla evoluzione degli armamenti disponibili. Si passò quindi dal “contenimento” alla difesa espressa in varie accezioni: “avanzata”, “in profondità” e “reattiva”.

La missione per le nazioni europee appartenenti all’Alleanza era sostanzialmente semplice e del tutto conforme alle modalità proprie della condotta della guerra convenzionale, con le sue chiare definizioni e con i suoi solidi principi. Su tutto regnava l’equilibrio nucleare, ma anche il costante dibattito sugli armamenti e sugli accordi che dosavano i contrappesi tra i due blocchi.

L’Italia si conformava a quei concetti assicurando la difesa del territorio nazionale. Il compito era di ritardare l’ipotetica penetrazione avversaria nel nord-est altoatesino, veneto e friulano, al fine di consentire all’organizzazione alleata di ristabilire l’integrità territoriale prevalendo definitivamente sull’avversario. Nel contempo, le nostre forze armate dovevano assicurare la protezione e la difesa dei siti aerei e navali e la libera navigazione negli spazi aerei e marittimi di competenza.

La coscrizione obbligatoria, integrata da una minoritaria base professionale, si prestava a queste esigenze, poiché in fondo si trattava di difendere le nostre case e le nostre famiglie. Il richiamo era quello di un dovere collettivo connotato da una straordinaria forza morale. Ciò nonostante, con l’attenuarsi della minaccia, in ordine a un’affermazione via via preponderante delle aperture economiche tra le nazioni a prescindere dai blocchi di appartenenza, con l’affermarsi di una politica sociale più evoluta, anche nei regimi autocratici dell’est, e, conseguentemente, con un’aspirazione sempre più marcata alla libertà, si addivenne al termine della fase di contrapposizione bipolare.

Il balance of power ovest-est si risolse a favore del blocco occidentale e così ci si incamminò lungo un nuovo percorso di rappacificazione nel cui ambito le politiche di disarmo convenzionale e nucleare divennero il mantra dissuasore di future tensioni. Accarezzammo persino, erano gli inizi degli anni ’90, un assorbimento della Russia nello spazio dell’Occidente, e l’Italia, ben lo ricordiamo con il summit di Pratica di Mare del 1994, fu molto attiva in tal senso. È evidente che se ciò fosse accaduto, l’Occidente europeo avrebbe perduto in parte la sua propensione atlantista e il baricentro dei nuovi interessi globali si sarebbe spostato nel cuore dell’Europa, anzi nel cuore del continente eurasiatico.

Vorrei soffermare l’attenzione sul tema della centralità euroasiatica, perché su questo aspetto vi tornerò.

Dopo la caduta del muro di Berlino, epitome raffigurativa della fine della guerra fredda, ha avuto inizio un lungo periodo di pacificazione globale per il quale si riteneva, in ordine alle visione liberista americana, che il mondo si sarebbe adattato al modello democratico e capitalistico proposto dall’Occidente, non senza temere che il confronto tra i popoli potesse riemergere come elemento deviante del percorso di appeasement globale. Ricorderete, a riguardo, il confronto intellettuale tra la visione progressista e liberale di Francis Fukuyama nel suo libro “La Fine della Storia e l’Ultimo Uomo – 1992[1]” e quella descritta da Samuel P. Huttington nell’opera “Lo Scontro delle Civiltà – 1997[2]”.

In esito a quanto accaduto con la vittoria della guerra fredda da parte del blocco occidentale, gli stati europei e le rispettive forze armate hanno modificato il loro assetto, muovendo dalla esigenza di disporre di un esercito di popolo per difendere il territorio nazionale a quella di avere risorse umane professionali capaci di utilizzare sistemi d’arma via via più evoluti e in grado di proiettarsi ovunque nel mondo per adempiere al ruolo di garanti della tenuta del sistema globale che andava delineandosi.

Il processo di professionalizzazione delle Forze Armate sospinto dalla necessità di utilizzare sistemi a elevato contenuto tecnologico, l’impiego dei soldati intesi come

gendarmi dell’Occidente in diversi luoghi del globo, il dissolvimento di un nemico di pari valore convenzionale, cioè capace di sostenere situazioni di conflitto simmetrico ad alta intensità, e la residua eventualità di dover affrontare impegni nei quali avremmo goduto di un quadro di supremazia bellica rispetto a un avversario scarsamente organizzato ed equipaggiato, hanno progressivamente depauperato la capacità di combattimento degli eserciti europei, non solo nelle tecniche e nelle tattiche d’impiego, ma anche nella cultura professionale, quest’ultima intesa non solo come cifra esclusiva dell’ambiente militare, ma anche quale prerogativa intellettuale e morale di cui la politica e auspicabilmente anche l’opinione pubblica nazionali dovrebbero essere capaci.

Insomma, abbiamo professionalizzato le Forze Armate depauperandone la cultura professionale.

Ho vissuto con intensità, nel mio servizio, l’anomalia di quell’era. Un periodo durato circa un trentennio, dal 1990 al 2020, incentrato sull’attacco alle torri gemelli l’11 settembre del 2001 e sviluppatosi attraverso le crisi nei Balcani, in Medio Oriente, nell’Asia continentale, vale a dire in Bosnia e in Kosovo, in Libano e in Iraq, infine in Afghanistan.

Incrociandosi con il terrorismo di matrice islamista, che aggiunse agli impegni dell’Esercito quello gravoso e usurante della protezione dei siti sensibili sul territorio nazionale, il peace-keeping, articolato nelle gradazioni comprese tra il peace-building e il peace-enforcement, divenne il compito precipuo dei soldati italiani.

Ne derivò l’adozione di mezzi leggeri mediamente protetti, di armamenti portatili caratterizzati da calibri meno impattanti, di sistemi di comando e controllo non resilienti alla guerra elettronica, di dispositivi di protezione limitati a minacce di fuoco convenzionali e leggere.

Abbandonammo la cura e la disponibilità di armamenti pesanti, carri armati e artiglieria su tutto; ci dimenticammo delle mine antiuomo e anticarro, se non per rimuoverle a fini umanitari nei teatri del peace-keeping; imparammo a contrastare la minaccia degli ordigni esplosivi improvvisati, incoerenti con il confronto ad alta intensità; e perdemmo le capacità, sia nei materiali sia nelle tecniche, per l’esecuzione delle demolizioni sul campo di battaglia e per la forzatura degli ostacoli naturali o artificiali.

Dissipammo una logistica militare che in ordine a esigenze numericamente imponenti deve assicurare un mastodontico flusso continuo di munizioni, di materiali  e di equipaggiamenti, disponendo di una rete di collegamenti terrestri, aerei e marittimi multimodali conformi alle caratteristiche volumetriche, di peso e di rischio proprie dei materiali a uso bellico e beneficiando della protezione e del sostegno di un sistema tecnologico e industriale rapidamente convertibile alle esigenze di guerra.

Oltre a questo, accettammo il passaggio dalla coscrizione obbligatoria al servizio su base professionale senza costruire in parallelo credibili forze di riserva, quantomeno nella disponibilità aggiornata di quadri intermedi necessari per assicurare la rapida formazione dei cittadini e il loro impiego come soldati in caso di maggiore esigenza.

Recuperare oggi questo gap è impresa difficilissima, specie in un quadro di congiunture economiche tutt’altro che favorevoli, ancor più agli effetti di un’opinione politica e pubblica non orientata all’utilizzo della forza militare al limite dei canoni imposti dalla nostra costituzione e, quindi, restie a un impegno che si rivelerebbe gravoso e forse non del tutto compreso. Si tratta tuttavia di un’esigenza non procrastinabile, come ha recentemente evidenziato il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito in occasione della celebrazione della festa della Forza Armata.

L’analisi accurata delle cause dei conflitti internazionali, cioè delle crisi che coinvolgano l’impiego dello strumento militare, dovrebbe perciò essere una delle prerogative fondamentali per la valutazione politica e tecnica necessaria alla definizione strutturale e d‘impiego delle Forze Armate. L’analisi dovrebbe tradursi in una decisione condivisa dalla politica più ampia e trasformarsi in una chiara comunicazione per l’opinione pubblica. Si tratta di una materia troppo importante per divenire oggetto di strumentalizzazioni e per essere sminuita da una comunicazione non efficace. La politica di Difesa della nazione dovrebbe essere espressione unitaria e chiara.

[1] La caduta del muro di Berlino aveva davvero posto fine allo scontro ideologico decretando la definitiva vittoria delle democrazie liberali? La direzione su cui procedeva la Storia umana era ormai canalizzata e irreversibile? Per decenni, giornalisti, storici e politologi hanno gareggiato nel fornire prove che confutassero questa tesi. Da un colpo di stato in Perù a una fase transitoria di stagnazione economica mondiale, fino agli attentati dell’11 settembre 2001, decine di esempi sembrarono smentire le argomentazioni di Fukuyama. Credendo di contestare l’idea di fondo del libro, in molti lo hanno citato e criticato, anche se forse solo in pochi lo avevano letto e compreso appieno. Fukuyama non si limita ad analizzare la fine dei regimi autoritari che devastarono il XX secolo, ma delinea i nuovi, possibili pericoli che in futuro avrebbero minacciato la stabilità dell’ordine democratico. Nazionalismo e sovranismo, fondamentalismo religioso e progresso scientifico avrebbero messo l’ultimo uomo di fronte a una nuova sfida, non più legata all’assetto economico sociale scelto dalle istituzioni, ma a un ben più profondo bisogno di riconoscimento identitario. Un’idea visionaria.»

[2] “Nel nuovo mondo delle migrazioni di massa, lo scontro non sarà tra le classi sociali, tra i ricchi e i poveri, sarà bensì tra popoli appartenenti a entità culturali diverse, guerre tribali e conflitti etnici avverranno all’interno delle civiltà.”

 

UNA POSSIBILE ANALISI DELLE CAUSE

Cerchiamo allora di guardare al passato, e di cogliere in alcune tra le più autorevoli espressioni del pensiero geopolitico del secolo scorso qualche spunto.

Il Novecento è stato secolo spartiacque tra l’epoca colombiana – originatasi alla fine del XV secolo con la scoperta dell’America e conclusasi con la fine delle esplorazione e delle scoperte geografiche – e l’epoca moderna.

 

LA VISIONE DI HALFORD J. MACKINDER – L’HEARTLAND

 I quattro secoli dell’epoca colombiana, al termine dei quali nulla più vi era da scoprire nel mondo, furono preceduti da un periodo fondamentale per la coesione degli stati occidentali europei. Il sentimento di identità tra questi ultimi, secondo il pensiero di uno dei più autorevoli studiosi di inizio ‘900, il britannico Halford John Mackinder, professore di Oxford e teorico della centralità eurasiatica, cioè del cosiddetto Heartland, nacque in buona parte grazie alle pressioni che le dominazioni dall’est euroasiatico generarono a più mandate a danno dell’Occidente cristiano. Mackinder si riferiva in particolare alle popolazioni delle steppe comprese tra le pendici meridionali degli Urali, il bastione carpatico e i grandi mari euroasiatici Nero e Caspio.

Mackinder

Quelle dominazioni, espressione variegata del barbarismo durato circa mille anni, dal V al XVI secolo, dei cavalieri Unni[1], Avari[2], Magiari, Kazaki[3], al quale si aggiunse quello originatasi ancora più a Oriente nelle terre dei Mongoli[4], provocarono un fortissimo spirito di reazione nei popoli occidentali d’Europa, creando le condizioni favorevoli allo sviluppo unitario della civiltà europea.

La visione di Mackinder, la cui opera di riferimento si intitola non a caso “The Geographical Pivot of Europe” (Il Perno Geografico dell’Europa), pubblicata nel 1904 dal Geographical Journal, poneva al centro del sistema globale il territorio euroasiatico incardinato sulla Russia, periferizzava in un una prima cerchia, definita “Inner or Marginal Crescent”, Germania, Austria, Turchia, India e Cina, e collocava in un terzo arco di cerchio ancora più esterno, chiamato “Outer or Insular Crescent”, cinque “isole” maggiori – Gran Bretagna, Canada, Stati Uniti, Sud Africa e Giappone. Queste ultime erano basi per la proiezione del potere marittimo e per i commerci e avevano la prerogativa della non accessibilità da parte del potere continentale euroasiatico.

È evidente che la politica estera dell’impero britannico, ancorché prossimo all’evanescenza, trovava nella teoria dell’Heartland di Mackinder la sua sintesi: “chi avesse controllato l’Heartland avrebbe controllato il mondo”.

Nello scenario geopolitico evidenziato da Mackinder, i cinque mari euroasiatici – Mediterraneo, Nero, Caspio, Rosso e Persico – erano concorrenti a definire il cuore del sistema e molto si giocava intorno alla possibilità di accesso alla navigazione marittima da parte delle Nazioni territorialmente precluse agli sbocchi oceanici. Il rapporto tra est e ovest, con esso la linea di demarcazione tra i due emisferi, attraversava l’area di questi cinque mari, e quest’ultima era vista come ganglio di comunicazione vitale tra gli interessi delle entità europee ed asiatiche. Allo sviluppo di questa centralità geopolitica avevano contribuito l’apertura delle rotte navali per la circumnavigazione del Capo di Buona Speranza, alle origini dell’era colombiana (1488), e la realizzazione del Canale di Suez (1869).

Mackinder

Mackinder affermava, inoltre, che altri importanti elementi geografici e orografici concorrevano, al pari dei cinque mari, a definire l’Eurasia e l’Heartland: la cornice dei ghiacci nel nord continentale, di fatto inaccessibile, il deserto del Sahara nel continente africano – costituente il limite sud dell’Europa mediterranea e la linea di separazione tra le popolazioni di carnagione bianca e quelle di carnagione nera – e l’immenso altopiano tibetano nel subcontinente indiano, entrambi non attraversabili. Insomma, Mackinder ci diceva che l’Eurasia, di cui la Russia era il perno, era il baricentro del mondo e che tutto avveniva nel piano territoriale e marittimo ad esso riferito.

mappa

 

[1] L’unione delle provincie romane, franche e gote, così come il rafforzamento del prestigio del papato attraverso la mediazione di Papa Leo con Attila e la fondazione di Venezia sulle rovine di Aquileia e Padova, furono alcuni degli effetti di compattamento dell’Occidente europeo e cristiano a fronte della pressione dominatrice degli Unni.

[2] Austria e Vienna rafforzarono la propria identità in virtù della resistenza alla pressione esercitata dagli Avari prima e dai Magiari dopo.

[3] La dominazione più duratura nell’area delle steppe dell’Asia centrale e caucasica.

[4] Le dominazioni mongole del XII secolo investirono la zone delle foreste settentrionali della Russia e perdurarono nei loro effetti per due secoli provocando un forte ritardo nello sviluppo sociopolitico della Russia rispetto all’Occidente europeo

 

LA VISIONE DI NICHOLAS J. SPYKMAN – IL RIMLAND

Nel XX secolo, il mondo cambiò e la visione del britannico Mackinder venne integrata e in parte edulcorata da quella dell’americano Nicholas John Spykman[1], denominata, in contrapposizione con la visione dell’Heartland, Rimland. Secondo questa visione, aggiornata agli accadimenti della prima metà del XX secolo, la capacità di controllo del mondo non era più prioritariamente subordinata al controllo del cuore continentale euroasiatico, bensì a quello delle sue fasce costiere e dei mari ad esse prospicenti. Molto di questa più moderna correzione di rotta geopolitica, in buona parte dettata dai tempi, è utile a fornirci ulteriori elementi di analisi.

Nel balance of power prodromico alla visione di Spykman erano subentrati all’inizio del XX secolo due condizioni: la supremazia statunitense sul continente americano, con la definitiva affermazione della Dottrina Monroe (enunciata nel 1823), e l’apertura del Canale di Panama (1920). Quest’ultima opera infrastrutturale fu di straordinaria portata geopolitica ed economica e consentì il rapido movimento delle risorse navali americane tra i due oceani, spostando la linea di demarcazione globale tra est e ovest dal cuore dell’Eurasia all’Oceano Atlantico. La nuova separazione dei due emisferi avrebbe potuto favorire, nei casi di isolamento degli Stati Uniti e di alleanza tra Russia e Germania, l’accesso marittimo all’Atlantico da parte delle risorse euroasiatiche, così come avrebbe potuto indurre – ed è proprio con questa ipotesi che si conclude lo studio di Mackinder – la nascita di un “pericolo giallo” se la Cina, con l’assenso del Giappone, si fosse spinta a compiere un tentativo di assimilazione di parte del territorio russo. Quest’ultimo scenario avrebbe comportato come immediata conseguenza l’apertura di un nuovo fronte oceanico a vantaggio delle risorse dell’Eurasia.

Spykman espose inizialmente la sua visione mediante due articoli pubblicati nel 1938 e nel 1939 in “The American Political Science Review” e lo fece dedicando la sua attenzione all’importanza del rapporto esistente tra geografia e politica estera. All’epoca, agli inizi degli anni ’30, l’Eurasia era spazio di grande fermento e il professore americano di Yale percepiva che ci si stava avviando verso un’altra grande guerra. Il Presidente USA, Franklin Delano Roosevelt, pur consapevole delle mosse espansionistiche tedesche e giapponesi e della minaccia posta dai poteri totalitari, era restio a contravvenire alle aspettative dell’opinione pubblica americana adottando una politica di intervento. Solo dopo l’inizio della guerra in Europa, Roosevelt aggirò il Neutrality Act del congresso americano inviando materiali a Gran Bretagna e Cina. Ancora, tuttavia, il Presidente Roosevelt prometteva che non avrebbe mandato i giovani americani a combattere in un’altra guerra straniera.

Spykman

Nel suo articolo “Geography and Foreign Policy” pubblicato nel 1938, Spykman evidenziava come il territorio di uno Stato fosse, con la sua collocazione mondiale e regionale, con le sue dimensioni e con le sue risorse, la base territoriale da cui operare in caso di guerra e, al tempo stesso, la posizione strategica da occupare durante i periodi di pace. Spykman sosteneva che la pace altro non era che un periodo di armistizio tra le guerre.

Altri fattori non fisici condizionavano secondo il geo-politologo americano la propensione di una nazione a espandere la propria posizione di potere, vale a dire: la densità della popolazione, la struttura economica, la forma di governo, le personalità e i pregiudizi degli uomini di stato. Nel confronto tra le due classi di componenti, Spykman asseriva che la seconda è mutevole, mentre quella delle caratteristiche geografiche è permanente e che, proprio in ragione della immutabilità delle prerogative fisiche, la propensione all’espansione degli Stati più potenti sarebbe rimasta sostanzialmente invariata per secoli.

 

Tra i vari fattori di potenza, il politologo americano individuava come aspetto essenziale la capacità di controllo centralizzato dello Stato; capacità che poteva essere potenziata dalla disponibilità di un efficace sistema di comunicazione e di collegamento tra centro e periferia. Alla luce delle considerazioni espresse, Spykman preconizzava che nel giro di cinquant’anni, cioè all’incirca alla fine del secolo, il controllo politico mondiale sarebbe stato esercito da un quadrumvirato di Nazioni: Cina, India, Stati Uniti e Unione Sovietica (all’epoca, quest’ultima, era più che mai solida).

All’essenzialità del controllo centralizzato dello Stato nell’esercizio della sua politica, Spykman affiancava, come già evidenziato, l’importanza dell’ubicazione geografica. A riguardo, egli individuava una struttura del mondo consistente in due grandi masse terrestri (Eurasia e Nord America), in tre isole maggiori (Sud America, Africa e Australia) e in cinque maggiori spazi marittimi (i due mari polari e gli oceani indiano, pacifico e atlantico).

Con riferimento ai principali avvenimenti della storia, egli poneva l’accento sul progressivo spostamento del centro di gravità del mondo geopolitico dal Medio Oriente, al Mare Egeo, al Mar Mediterraneo, all’Europa Occidentale, all’Oceano Atlantico. Definiva, inoltre, quattro sfere di potere mondiale, ciascuna dominata dal rispettivo centro:

  • le Americhe dagli Stati Uniti;
  • l’Estremo Oriente dal Giappone;
  • l’Heartland (di Mackinder) da Mosca;
  • l’Atlantico orientale e l’Oceano Indiano dall’Europa.

Dal punto di vista della ubicazione regionale, Spykman divideva gli Stati in tre tipologie:

  • stati senza sbocco al mare (landkocked);
  • stati isola;
  • stati dotati di confini sia terrestri sia marittimi.

In funzione della ubicazione regionale così definita, gli Stati potevano essere sottoposti a diverse tipologie di minacce: solo terrestri dagli Stati vicini per le entità territoriali prive di sbocco al mare, solo marittime dai poteri navali maggiori e dagli Stati costieri viciniori per gli stati-isola, una combinazione delle due precedenti minacce per gli Stati con doppio acceso terrestre e marittimo. Sulla base di questo schema, Spykman categorizzava i più influenti Stati dell’epoca nel seguente modo:

  • FRA, GER, RUS: a orientamento terrestre;
  • GBR, USA, JAP: stati-isola orientati verso il potere marittimo;
  • CHN, ITA: “misti” a orientamento sia terrestre sia marittimo.

Alla luce di questa complessità, Spykman si manifestava molto scettico circa la volontà delle nazioni di creare un sistema di sicurezza collettivo, mentre considerava quello esistente, la Lega della Nazioni, inefficace nell’esercitare una riconosciuta autorità di governo mondiale. Accadeva, invece, che le Nazioni più influenti avessero una visione diversa tra loro delle crisi in atto, con interessi non coincidenti se non addirittura contrapposti.

Il primo lavoro di Spykman si concludeva dunque con il convincimento che la geografia prevaleva nei fenomeni geopolitici dettando in gran parte l’agenda di politica estera delle Nazioni più importanti e potenti.

Nel 1939, Spykman, con un secondo articolo intitolato “Geographic Objectives in Foreign Policy”, ritornava sugli stessi temi, focalizzando l’attenzione sulle modalità di espansione degli Stati. Il geo-politologo di Yale presentava l’ambito delle relazioni internazionali come un campo magnetico in cui i grandi poteri operavano come poli. Un eventuale cambiamento di forza ovvero il manifestarsi di un nuovo polo avrebbero comportato un cambio delle linee di forza dell’intero campo.

Le riflessioni fin qui brevemente illustrate vennero espresse da Spykman alla vigila del secondo conflitto mondiale, come già accennato con i due articoli pubblicati su “The American Political Science Review”.

Quelle riflessioni si corroborarono via via con le tappe della guerra: l’invasione di Hitler della Polonia, poi quella a danno di Belgio, Olanda e Francia; i bombardamenti sull’Inghilterra; l’invasione della Russia da parte della Germania; l’attacco giapponese a Pearl Harbour e la conseguente dichiarazione di guerra tra Germania e Stati Uniti.

Dopo gli articoli del 1938 e 1939, il pensiero di Spykman venne riproposto in un libro pubblicato proprio durante la guerra e intitolato “America’s Strategy in World’s Politics: The United States and the Balance of Power” (1942). Con la nuova opera letteraria l’autore rimarcava il carattere anarchico della politica mondiale in assenza di un’autorità di governo planetaria e la rilevanza, nei processi decisionali degli Stati, anche alla luce degli elementi condizionanti la politica estera illustrati nei suoi articoli, dei cosiddetti “obiettivi di potenza”. In questo quadro, Spykman riteneva che la moralità, nell’esercizio della politica estera e nel rapporto tra gli Stati, si ponesse in un piano di assoluta sussidiarietà.

A riguardo, egli, con estremo pragmatismo, evidenziava che gli Stati ricercavano prioritariamente una posizione di potere che offrisse loro un margine di vantaggio e che essi si sarebbero avvalsi dei concetti di giustizia, di correttezza e di tolleranza solo nella misura in cui questi esercizi di virtù avessero sostenuto e non ostacolato il perseguimento dei rispettivi obiettivi di potenza. La guerra, secondo Spykman, era spiacevole, ma era inerentemente parte dei sistemi statuali formati da entità indipendenti e sovrane.

In particolare, gli Stati Uniti erano, dal punto di vista di Spykman, il potere dominante in America settentrionale e nell’emisfero occidentale, ed essi erano giunti a questa posizione di controllo utilizzando tutti gli strumenti disponibili, non solo diplomazia ed esplorazione pioneristica, ma anche guerra e rimozione forzata delle popolazioni indigene. Questo processo che Spykman definiva come il raggiungimento del “manifesto destino” fu possibile poiché non esisteva un’Europa unita capace di opporsi al processo di espansionismo americano e perché nessuno Stato europeo aveva sufficiente libertà d’azione per proiettare il proprio potere militare nell’emisfero occidentale. I grandi poteri europei, seppur preoccupati dalla crescita degli Stati Uniti, erano impegnati nella ricerca dell’equilibrio di potere in Europa e della rispettiva sicurezza territoriale.

È dunque evidente che, con gli accadimenti che andavano delineandosi in Europa, solo un’egemonia tedesca nell’Eurasia, idealmente in asse con la Russia, avrebbe rappresentato una minaccia per la posizione di potere degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale, procurando un accesso diretto all’Oceano Atlantico. Una simile eventualità era del tutto inaccettabile per gli Stati Uniti, ancor più se essa fosse stata messa a sistema con il controllo da parte del Giappone dell’est asiatico e del Pacifico e con quello dell’Italia del Mediterraneo e dell’Africa Settentrionale e Orientale.

Gli effetti dell’ingresso degli Stati Uniti in guerra dopo l’attacco di Pearl Harbour e quelli prodotti, ai fini di una definitiva risoluzione del conflitto, con l’impiego degli ordigni nucleari sulle città giapponesi sono noti.

Alla luce di questi sviluppi e prendendo a prestito la visione geopolitica di Mackinder, ma spostandone a ovest il baricentro, Spykman concretizzava il suo punto di vista: identificava l’Eurasia come l’insieme di Europa, Asia e Medio Oriente e collocava l’Heartland, in analogia a Mackinder, nella zona continentale europea, fissandone nella Russia il perno. Un’area la cui economia sarebbe stata in grado di mettere in moto una poderosa macchina da guerra. Intorno all’Eurasia, Spykman individuava “la grande e circonferenziale autostrada marittima del mondo” comprendente i mari Baltico e del Nord, il tratto marginale di oceano a ridosso della coste atlantiche dell’Europa Occidentale, i mari Mediterraneo e Rosso, il Golfo Persico, l’Oceano Indiano e i tratti marginali di mare dell’Est Asiatico e dell’Indocina.

La zona compresa tra l’Heartland e l’autostrada marittima, Spykman la denominava “la grande e concentrica zona cuscinetto” e lì vi includeva Europa, Persia, Medio Oriente, sudest asiatico, Cina, Indocina e Siberia orientale. In questo quadro, l’autore evidenziava l’importanza della regione comprendente il Medio Oriente, il Golfo Persico e l’Asia sud-occidentale, e lo faceva per due motivi principali: in quella regione si trovavano le grandi zone di estrazione e di produzione del petrolio a vantaggio della massa terrestre euroasiatica e in essa si sviluppava una rete di comunicazione terrestre convergente verso l’Heartland.

Riguardo al “Nuovo Mondo” delineatosi al termine del conflitto mondiale, molto significativa è la sintesi della visione di Spykman espressa da questa frase: “Un equilibrio di potere nelle aree transatlantiche e transpacifiche è un prerequisito per l’indipendenza del Nuovo Mondo e per la preservazione del potere degli Stati Uniti. Non c’è una sicura posizione difensiva su questo lato (americano) degli oceani. La difesa emisferica non è alcuna difesa.”

Il pensiero di Spykman trovò definitivo completamento in un libro elaborato dai suoi collaboratori dopo la sua prematura scomparsa nel 1943 e basato sulla registrazione stenografica delle sue lezioni all’Istituto di Studi Internazionali dell’Università di Yale e sulla corrispondenza che il geo-politologo americano scambiava con i suoi assistenti. Helen R. Nicholl, assistente di Spykman per due anni, ne fu l’autrice. Il testo venne pubblicato nel 1944 con il titolo “The Geography of the Peace”, era incentrato sulla struttura geopolitica del mondo dopo la Seconda Guerra Mondiale ed era corredato da cinquantuno mappe utili a visualizzare la posizione degli Stati Uniti nel mondo, proponendo porzioni del planisfero variamente centrate su diversi punti del pianeta.

Spykman

Netta era la visione di un continente americano racchiuso tra i centri di potere europeo ed asiatico, separato da questi ultimi dalle sole distanze oceaniche. Ne conseguiva, come notava Spykman, che così come gli Stati Uniti avrebbero potuto esercitare la propria influenza su Europa e Asia, al tempo stesso i centri di potere dei due continenti avrebbero potuto facilmente raggiungere le coste del continente americano esercitando i rispettivi poteri marittimo e aereo. Sussisteva, quindi, una condizione di possibile accerchiamento del continente americano, già sperimentata nei suoi prodromi con l’alleanza della Seconda Guerra Mondiale tra Germania e Giappone. Se quell’alleanza si fosse concretizzata con la vittoria, gli Stati Uniti sarebbero stati costretti a confrontarsi con i poteri unificati dell’Eurasia.

Da ciò Spykman scrisse: “la nostra (degli Stati Uniti) costante preoccupazione in tempo di pace deve essere quella di fare in modo che nessuna nazione o alleanza di nazioni abbia la possibilità di emergere come potere dominante in una delle regioni del Vecchio Mondo (Europa e Asia), poiché la nostra sicurezza potrebbe essere minacciata.”

[1] Americano di origini olandesi, professore di Relazioni Internazionali alla università di Yale e fondatore dell’Istituto di Studi Internazionali dell’ateneo americano.

 

HEARTLAND E RIMLAND A CONFRONTO E A SISTEMA

Per concludere sui due grandi geo-politologi del XX secolo, le cui visioni hanno influenzato le politiche estere delle grandi potenze, continuando ancora oggi a influenzarle, seppur con parametri e con fattori nuovi, mentre Mackinder, figlio dell’Ottocento, collocava nell’Heartland euroasiatico la regione chiave per il controllo della politica mondiale, periferizzando nell’inner e nell’outer crescents i restanti attori statuali, Spykman, figlio del secolo breve, seppur agli albori, posizionava la regione chiave non più nel core continentale euroasiatico, ma nella prima cerchia periferica di quest’ultimo, includendovi Europa Occidentale, Medio Oriente, Sudest Asiatico, Cina ed estremo Oriente. La regione, l’inner crescent di Mackinder allargato, fu battezzata da Spykman con il nome di Rimland e venne definita come una regione intermedia tra l’Heartand e i mari marginali alle coste euroasiatiche e come una zona cuscinetto tra il potere terrestre e il potere marittimo.

mappa

Da ciò ne derivò che il famoso detto di Mackinder, “Il controllo dell’Heartland euroasiatico porta a governare il mondo”, venne modificato agli effetti della visione di Spykman in: “Chi controlla il Rimland governa l’Eurasia; chi governa l’Eurasia controlla i destini del mondo.”

Spykman preconizzò che nel dopoguerra la Cina sarebbe emersa come potere dominante nel lontano Oriente e che l’Unione Sovietica sarebbe stata il più forte potere terrestre del continente euroasiatico. La Germania doveva essere controbilanciata da Francia e Russia, mentre Stati Uniti e Gran Bretagna avrebbero dovuto preservare i loro accessi marittimi e aerei all’Eurasia. In particolare, evidenziava Spykman, gli Stati Uniti erano obbligati a salvaguardare la loro posizione facendo in modo che a nessun altro potere fosse permesso di rafforzarsi e di prevalere nelle regioni europee, mediorientali e orientali del Rimland.

Nel cuore di quel Nuovo Mondo, a cavallo dello spartiacque europeo tra ovest ed est, si originò la Guerra Fredda, il terzo grande conflitto del Novecento. Per altri quarantacinque anni, coerentemente con la visione di Spykman, gli Stati Uniti operarono per il controllo e per il mantenimento dei propri obiettivi di potenza nel continente euroasiatico, perseguendo una logica di “balance of power” tra Occidente e Unione Sovietica. Era quindi accaduto che la Germania, sconfitta nel secondo conflitto mondiale, fosse sostituta dalla Russia la quale, da perno geopolitico ed economico dell’espansionismo sovietico, si faceva interprete della visione di potere di Mackinder estendendo il proprio controllo sull’Heartland euroasiatico.

La Guerra Fredda fu, nei suoi effetti geopolitici, una riproposizione del controllo dell’Heartland di Mackinder da parte della Russia sovietica, contrastato, tuttavia, dalla grande coalizione a guida americana formata dai maggiori centri di potere del Rimland europeo e da due maggiori isole-stato, Gran Bretagna e Giappone.

 

NATO: DETERRENZA E DIFESA – IL RUOLO DELL’ITALIA

L’Alleanza Nordatlantica, nata nel 1949, è l’organizzazione politica e militare originaria di questa grande coalizione a guida statunitense. Alla luce del rinnovato concetto strategico, la NATO si conforma ancora oggi, nella sua fattualità geopolitica, alla visione del Rimland di Spykman per garantire non solo la difesa collettiva degli stati membri, secondo il principio per il quale un’aggressione a danno di uno stato membro è considerata un’aggressione nei confronti di tutti, ma anche per preservare la posizione di potere degli Stati Uniti in rapporto ai possibili competitor globali.

Il concetto della difesa collettiva, affiancato nella denominazione del vigente concetto strategico  a quello della deterrenza, si estende dall’Oceano Atlantico, con l’interesse di proteggere le linee di comunicazione marittime oceaniche, ai seguenti spazi e ambiti geopolitici:

  • alle latitudini artiche, preservando l’accesso ai mari del nord attraverso il corridoio marittimo del GIUK (Greenland, Iceland, United Kingdom);
  • alla terna dei Paesi dell’alto nord (Norvegia, Svezia e Finlandia), baluardo prospicente il bastion nucleare russo;
  • alla profondità occidentale dell’Europa, che racchiude gli Stati di Occidente oggi periferizzati dall’allargamento dell’Alleanza verso est;
  • all’area di transizione centrale europea, divenuta naturale zona di retrovia continentale,
  • alla fascia di Stati appartenenti all’ex Patto di Varsavia, nuova linea del fronte vis a vis Russia e Bielorussia, tra i quali Estonia, Lettonia e Lituania che rappresentano, insieme a Finlandia, Svezia, Polonia, Germania e Danimarca il perimetro marittimo baltico;
  • alla Turchia, detentrice dell’autorità di controllo sugli sbocchi mediterranei della porzione dell’Heartland caucasico e carpatico attraverso il Bosforo e sponda orientale del fianco sud dell’Alleanza insieme agli altri Stati mediterranei.

L’Italia, con le sue Forze Armate, gioca un ruolo importante nell’Alleanza in virtù del suo valore storico e politico. Si tratta tuttavia di un ruolo di sussidiarietà strategica rispetto al focus difensivo, oggi traslato al nord, al nord-est e all’est europeo. Il contrasto al terrorismo internazionale e all’instabilità derivante dalla fragilità del continente africano, a definizione della necessità di assicurare una capacità difensiva del fianco sud, non ha la stessa rilevanza del compito fondante, cioè la deterrenza e la difesa dall’aggressione della Federazione Russa. Allo stesso modo, la prevenzione e la gestione delle situazioni di crisi, così come la cosiddetta cooperative security nel quadro della partnership con paesi amici – i due compiti che completano la triade dei core tasks della NATO – non godono di eguale attenzione. Insomma il destino del nostro Paese è quello di essere marginalizzato rispetto al baricentro strategico. Gli stati che oggi condizionano l’agenda dell’Alleanza, con il preferenziale consenso di Stati Uniti e di Gran Bretagna, sono i paesi del frontline settentrionale, nord-orientale e orientale, direttamente esposti alla minaccia simmetrica, convenzionale e ad alta intensità della Federazione Russa.

A noi spettano, tuttavia, il compito e la responsabilità di esercitare il controllo sul rispetto dei termini dell’accordo nordatlantico, preservando, in una logica di opportunità, gli interessi collettivi mai disgiunti da quelli nazionali, e di concorrere alla salvaguardia del centro di gravità politico dell’Alleanza che rimane, anche nella nuova visione strategica, la coesione degli stati membri.

 

PUNTO DI SITUAZIONE SULL’ESERCITO ITALIANO

Il budget assegnato a via XX settembre, sede del dicastero della Difesa, è inadeguato al soddisfacimento delle esigenze, non fosse altro per il mancato raggiungimento della soglia di finanziamento del 2% del PIL concordata con gli alleati al summit NATO del 2014 in Galles. Ancor più grava il fatto cha la quota di bilancio assorbita dalle spese per il personale continui ad essere distante dagli obiettivi di ottimizzazione dell’amministrazione pubblica. Il retaggio degli ultimi trent’anni, condizionato dal prevalente impiego in missioni a bassa intensità o per l’assolvimento di compiti di presenza e di vigilanza a protezione di siti sensibili sul territorio nazionale, ha fortemente svilito il bagaglio capacitivo necessario all’impiego di assetti di combattimento convenzionali, propri di un conflitto ad alta intensità, nonché le pronta disponibilità di questi ultimi, del relativo munizionamento e della rispettiva catena produttiva e logistica; l’anzianità di servizio e anagrafica della base operativa del personale è inadeguata all’esigenza di assicurare elevate prestazioni psicofisiche, ineludibili nell’esercizio di ruoli di combattimento.

Ciò che tuttavia è fondamentale, prima di acclamare l’esigenza di maggiori finanziamenti, peraltro non facilmente configurabili per via delle attuali convergenze economiche del Paese, è comprendere quale debba essere il ruolo della Difesa italiana, alla luce non solo della situazione internazionale, che deve essere accuratamente analizzata, ma anche dei vincolanti dettami costituzionali che impongono la disponibilità di forze militari orientate alla difesa della Nazione e dei suoi cittadini.

 

CONCLUSIONE

Se è vero, come sosteneva il Prof. Carlo Maria Santoro – sottosegretario alla difesa del governo Dini negli anni ’90 – che i fenomeni geopolitici sono sempre oscillati nel corso della storia dell’umanità tra balance of power, egemonia del polo vincente, frammentazione dello spazio occupato dalla potenza egemone, aggregazione periferica e nascita di un nuovo equilibrio di potenza bipolare o multipolare, è indubbio, allora, che dopo la Guerra Fredda, dopo i trent’anni circa di operazioni militari per la sicurezza internazionale e con il riemergere di ipotesi di conflitto convenzionale in Eurasia tra Occidente e Federazione Russa – senza sottacere le inquietudine legate al sud-est asiatico e al ruolo cinese – si stia consolidando la formazione di un nuovo balance of power globale.

Ai fattori di potenza evidenziati da Mackinder e Spykman, incardinati sulla geografia degli Stati ed espressi dai poteri terrestre, aereo e marittimo, si aggiungono oggi nuovi elementi forse non ancora del tutto conosciuti: il potere nucleare, quello spaziale e cibernetico, quello cognitivo e per la gestione delle informazioni, quello tecnologico legato allo sviluppo di nuove tecnologie distruttive e all’intelligenza artificiale e, infine, quello finanziario, con i suoi risvolti non istituzionali e sovranazionali.

Questo è il mondo agli albori del terzo millennio, queste sono le sfide della geopolitica attuale, questa è la nuova forma di guerra verso la quale stiamo andando o nella quale, forse, già in parte ci troviamo.

gen. Bettelli

 

Il Generale di Corpo d’Armata (ris.) Antonio Bettelli, modenese, 62 anni, capocorso del 163° corso “Lealtà” dell’Accademia militare (1981-1983), è pilota di elicottero. Già comandante dell’Aviazione dell’Esercito, ha una vasta esperienza professionale maturata in incarichi sia in Italia, come comandante del battaglione alpini paracadutisti “Monte Cervino”, del 66° reggimento fanteria aeromobile “Trieste” e della Brigata aeromobile “Friuli”, sia all’estero, quale rappresentante dell’Esercito italiano presso l’Army Aviation Center di Fort Rucker in Alabama (Usa) – frequentando l’Air assault course presso la 101^ Airborne Division di Fort Campbel nel Kentucky (Usa) – ufficiale pianificatore/collegamento per l’operazione Enduring Freedom al Coalition coordination center Centcom di Tampa in Florida (Usa), chief of staff dell’Italian joint task force Iraq a Nassiriya, addetto per la Difesa a Beirut, comandante del settore ovest di Unifil nel sud del Libano e deputy chief of staff support del quartier generale della missione Resolute Support in Afghanistan. È stato anche Italian senior national representative presso il Joint Force Command di Brunssum (Paesi Bassi) e vice comandante delle forze operative terrestri di supporto a Verona. Ha lasciato il servizio attivo il 31 dicembre 2022