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Monte Bianco-Mario Bergamo, per dare un tetto all’Europa ETS

AUTOCRAZIA, TRA DISPOTISMO E DEMOCRAZIA

AUTOCRAZIA, TRA DISPOTISMO E DEMOCRAZIA

(di Antonio Bettelli – Giugno 2024)

 

L’unica preoccupazione dei re, o dei loro funzionari, si concentra in due soli scopi: estendere il loro dominio all’estero e renderlo più assoluto all’interno. […] È facile inoltre capire che la guerra e le conquiste da un lato, e il progredire del dispotismo dall’altro, si aiutano reciprocamente; infatti è noto che da un popolo di schiavi si prelevano volontà, denaro e uomini per sottomettere altri, e che a sua volta la guerra fornisce un pretesto per nuove esazioni pecuniarie e un altro pretesto non meno specioso per avere sempre grandi eserciti al fine di intimorire il popolo.” (J.J. Russeau)

L’affermazione di Jean-Jacques Russeau, tratta dalla pubblicazione postuma, nel 1784, del suo “Giudizio sul Progetto di Pace Perpetua” si attaglia perfettamente a descrivere quanto stia accadendo nella Russia putiniana di oggi.

Il controllo interno dell’informazione, il reclutamento autoritario ed eccezionale di soldati dalle aree più periferiche ed emarginate del territorio nazionale, lo stato di polizia e l’incremento della produzione bellica con trend senza precedenti negli ultimi ottant’anni sono solo alcuni dei provvedimenti varati o inaspriti da Putin per effetto del conflitto con l’Ucraina e a sostegno di quest’ultimo. Questi provvedimenti, combinati con il ricorrente pronunciamento di proclami sciovinisti in nome della Grande Russia e con il successo militare sin qui ottenuto nei territori delle riconquistate province dell’Ucraina Orientale, ormai trincerate dall’esercito di Mosca entro barriere difensive invalicabili, appagano l’unica e vera preoccupazione di Vladimir Putin: mantenere il potere e potenziare la sua leadership autocratica-dispotica.

Alimentandone la nevrosi, parossisticamente espressa dall’atto di aggressione all’Ucraina, gli effetti delle decisioni autoritarie perseverano lo stato di potere di Vladimir Putin e sottraggono il popolo russo a una prospettiva di apertura verso regole più libertarie, ampliando la separazione in regime di eccezionalità tra despota e sudditi (parafrasando Russeau).

In altre parole, la riconquista di importanti risorse geo economiche, di cui il territorio ucraino orientale abbonda, l’accesso terrestre alla Crimea attraverso le province conquistate di Zaporižžja e di Kherson, il controllo del Mar d’Azov e del Mar Nero, quest’ultimo in chiave emergenziale per il perdurare dello stato di conflitto e come forma di ricatto economico, la definizione di una zona geopolitica a protezione fisica e ideologica della Russia dall’Occidente e dalla NATO sono solo alcune delle condizioni che accreditano il dominio esterno, mentre l’esercizio di una rinnovata forma di controllo del popolo attraverso l’emanazione di leggi speciali corrobora quello interno. Le due forme di controllo, volutamente ricercate da Putin, si combinano sinergicamente acclamando nei risultati il concetto di indispensabilità – come se esso divenisse un’assuefazione per il popolo – del Capo/Duce.

L’autorità di Putin, prima dell’aggressione all’Ucraina del 2022, era destinata a subire forse irrimediabilmente gli effetti asfissianti di una finanza mondiale sempre più eterodiretta da un ristretto manipolo di plutocrati (tra i quali vi era, e vi sarà tuttora, qualche oligarca russo non allineato al volere del suo capo nazionale) ed era soggiogata al monopolio monetario statunitense, capace di orientare le scelte dei Paesi alleati e amici influenzandone economia e politica. La sindrome di accerchiamento, provocata dalla sottrazione di spazio di manovra nelle ampiezze territoriali della Grande Russia occidentale, spazio più volte usato a sostegno delle ritirate strategiche sulle linee del Dnepr, del Don e del Volga nel secondo conflitto mondiale o per stringere nella morsa del “generale inverno” le truppe napoleoniche agli inizi dell’Ottocento, era forse diventata ossessiva per un uomo abituato a decidere senza remore etico-morali; remore alle quali le nostre democrazie ci hanno invece reso avvezzi.

Cercando di immaginare la visione autoritaria di Putin, credo che per l’autocrate russo la misura della minaccia a danno della sua autorità fosse giunta al colmo e che la soglia di un pericolo troppo grande e non accettabile fosse stata raggiunta. Un limite oltre il quale non agire avrebbe procurato un danno non solo certo (a lui) ma anche superiore a quello che il peggiore tra gli scenari possibili dell’azione avrebbe provocato. E così l’autocrate, assurto a despota, ha agito, compiendo un atto che pochissimi avrebbero immaginato per cinismo e per efferatezza.

Ammettendo come veritiera questa lettura degli avvenimenti che hanno coinvolto e che ancora oggi coinvolgono in modo tragico l’Ucraina, la Russia e l’Europa, viene ancora una volta da domandarsi perché non si sia operato diplomaticamente e con l’uso della dissuasione politica per scongiurare il precipitare della tensione tra i due Paesi confinanti e per evitare un conflitto dal quale al momento non si intravvede via d’uscita. Può forse bastare la tesi della non prevedibilità della decisione russa? Si è trattato di un calcolo sbagliato (miscalculation)? E se poi fosse così, la miscalculation l’ha commessa Putin, nel voler raggiungere Kiev e il governo Zelensky, sottovalutando la coesione occidentale, o l’ha commessa l’Occidente nel non agire per evitare un conflitto senza soluzione a danno non solo dell’Ucraina ma anche dell’Europa tutta?

A mio avviso, ritengo che in qualche misura, non in modo criminale ma non per questo non incolpevole, vi fosse qualche interesse al conflitto anche nel campo opposto. Interessi che nella loro fattualità, seppur con il mascheramento offerto dai principi di libertà, non divergono dalle ragioni esplicitate da Russeau nel breve estratto che ho proposto in apertura.

L’assioma pronunciato dal filosofo-pedagogista francese, circa la convenienza per il despota di turno di concretizzare la sinergia del binomio dominio esterno e dominio interno, quindi perfettamente calzante alle esigenze di un regime dispotico, può realizzarsi anche in contesti democratici estesi a orizzonti egemonici, dove i principi libertari, per continuare ad affermarsi, debbano assumere la forma di regime: un regime di libertà!

Ciò che voglio dire è che la democrazia dell’Occidente, di cui gli Stati Uniti sono oggi rappresentazione riconosciuta e affermata, non è esente dalle dinamiche definite da Russeau ed è soggetta alla necessità, a preservazione del ruolo di potenza derivatole dagli esiti del confronto geopolitico del secolo scorso, di assicurare controllo territoriale esterno e di assoggettare internamente le proprie società alla corresponsione di contributi in termini di volontà, denaro e uomini, anche per disporre di eserciti in grado di operare ovunque necessario quali gendarmi della libertà.

A questa tentazione, si aggiungono fenomeni – endogeni ed esogeni, naturali e antropici – moderni e più che mai attuali: le lobby finanziarie in grado di influenzare le decisioni dei governi con i loro strumenti di monopolio, le pandemie come condizioni di necessità per proclamare stati di emergenza, il predominio ambientale evocato dai frequenti eventi calamitosi, le grandi tematiche bioetiche sovvertitrici dell’ordine tradizionale, l’esplorazione scientifica che vorrebbe in alcune sue espressioni travalicare il confine dell’umanesimo accarezzando l’esistenza di un nuovo-superuomo-androide. Fenomeni che stanno spostando le società democratiche dal loro punto di equilibrio tra egualitarismo e libertà. L’esistenza di una proclamata minaccia e l’emergenza con cui si è costretti a operare accrescono lo spazio di autorità al quale anche i capi dei paesi democratici ambiscono ad accedere per meglio dirigere la propria azione di governo.

La passività del popolo rispetto alle decisioni politiche e l’astensionismo elettorale sono espressioni della grave diluizione della democrazia. Il quadro di eccezione rispetto alle regole costituzionali e finanche il desiderio di cambiare quelle regole, il pregiudizio alimentato dal ricorso a espressioni estreme del dialogo politico verso il pensiero opposto, l’adozione della denigrazione personale a danno dell’avversario quale arma di convenienza politica, questi sono alcuni segnali della lenta degenerazione delle società democratiche.

Non vi è allora da meravigliarsi che a dispetto dell’innegabile esistenza di despoti pronti a compiere azioni efferate e criminali, come il dramma russo-ucraino dimostra, l’Occidente possa perdere (o aver perduto) l’occasione per esercitare il suo ruolo di equilibrio, compromettendosi con posizioni che potrebbero non essere scevre da interessi particolari e non più in linea con lo spirito democratico.

Spero vi sia modo di riguadagnare una posizione centrata e centrale rispetto al caos europeo. La guerra è in atto, come già è in corso in molte altre aree a noi più lontane, e di questa guerra vicina non riusciamo al momento a immaginarne la fine.

Le guerre vanno evitate con tutte le risorse disponibili. L’alternativa è combatterle, ma combatterle senza limiti, nella consapevolezza che il dispendio di energie morali, umane e materiali è superiore.

Nel formulare questa affermazione, volutamente forzata, sono consapevole che la decisione tra combattere e non combattere risieda per noi italiani nei principi della Costituzione e che essa sia rimessa, nei casi estremi, alla volontà sovrana del Parlamento e non certo all’opinione di un singolo, di un gruppo di individui o di una parte politica e neppure alle decisioni del governo.

Nel caso italiano, la Carta Costituzionale è un ancoraggio di straordinaria solidità e non dovremmo aver alcun dubbio sulla scelta giusta.
Stare in mezzo non giova ad alcuno. Non giova soprattutto alla democrazia.

 

 

 

gen. Bettelli

 

Il Generale di Corpo d’Armata (ris.) Antonio Bettelli, modenese, 62 anni, capocorso del 163° corso “Lealtà” dell’Accademia militare (1981-1983), è pilota di elicottero. Già comandante dell’Aviazione dell’Esercito, ha una vasta esperienza professionale maturata in incarichi sia in Italia, come comandante del battaglione alpini paracadutisti “Monte Cervino”, del 66° reggimento fanteria aeromobile “Trieste” e della Brigata aeromobile “Friuli”, sia all’estero, quale rappresentante dell’Esercito italiano presso l’Army Aviation Center di Fort Rucker in Alabama (Usa) – frequentando l’Air assault course presso la 101^ Airborne Division di Fort Campbel nel Kentucky (Usa) – ufficiale pianificatore/collegamento per l’operazione Enduring Freedom al Coalition coordination center Centcom di Tampa in Florida (Usa), chief of staff dell’Italian joint task force Iraq a Nassiriya, addetto per la Difesa a Beirut, comandante del settore ovest di Unifil nel sud del Libano e deputy chief of staff support del quartier generale della missione Resolute Support in Afghanistan. È stato anche Italian senior national representative presso il Joint Force Command di Brunssum (Paesi Bassi) e vice comandante delle forze operative terrestri di supporto a Verona. Ha lasciato il servizio attivo il 31 dicembre 2022