2 GIUGNO 2026 – OTTANTESIMO ANNIVERSARIO DELLA REPUBBLICA ITALIANA
di Antonio Bettelli
Il 2 giugno 2026 ricorre l’ottantesimo anniversario della Repubblica Italiana, quest’ultima nata al termine di un percorso caratterizzato dalle guerre europee e mondiali del Novecento, le più cruente della storia dell’umanità. Un processo scaturito dalla transizione modernista tra la lentezza arcaica dell’Ottocento e la rapidità tecnologica dell’inizio del secolo che fu poi definito, per la drammatica frenesia dei suoi avvenimenti, “breve”.
I conflitti bellici di cui i nostri padri sono stati partecipi e vittime attentarono all’esistenza dell’Europa e cercarono di imporre una visione militarista e totalitaria del Continente: una visione che avrebbe annichilito, in caso di sua affermazione, l’identità storica e culturale di ciascuna delle singole componenti nazionali. L’insieme, secondo quel disegno, sarebbe divenuto un unicum disumano, innaturale, antistorico. Fu tuttavia proprio quel drammatico tentativo di annullamento, del quale le dittature nazista e fascista rappresentavano l’archetipo perverso, a suscitare l’idea e il sentimento di una nuova Europa: un continente non più basato sugli assolutismi che a lungo e in forme diverse avevano governato gli Stati europei imperiali e preunitari, bensì un continente fondato sul principio di libertà e sull’unione dei popoli. Un coacervo intellettuale e una definizione politica in grado di esaltare, in ciascuna delle sue rinnovate componenti, una forma di pensiero pluralista e democratico. Un’Europa formata da entità capaci di esercitare, attraverso il dialogo sociopolitico, il dissenso a discapito della unidirezionalità di potere, affinché le scelte di governo e di amministrazione della cosa comune non potessero, e non possano mai più in futuro, assumere i connotati autoritari dei passati regimi.
Il lascito della generazione che fu anima della costituzione repubblicana della nostra Nazione è annotato tra le righe del pensiero politico a base dell’Unione Europea. Il Manifesto di Ventotene, recentemente esposto a polemiche che volevano svalutarne il valore storico-filosofico, ne è una delle espressioni fondatrici più autorevoli. Quel progetto, elaborato da tre intellettuali confinati sull’isola di Ventotene dal regime fascista (Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni), prefigurava un’Europa pacifica in quanto federale: un ambito in cui le Nazioni, rinunciando a parte della propria esclusività, animavano un’Europa egalitaria, rispettosa dei più deboli, orientata al futuro dei giovani, dotata di uno strumento militare di difesa unico. Il fulcro di quella visione è il concetto di uguaglianza e non di diversità, di comunanza e non di separazione, di gestione delle differenze e non di ideologica negazione delle appartenenze, per trovare, in uno spazio comune, una possibilità di convivenza tra le genti e tra i popoli.
La costituzione repubblicana italiana, pur nell’inconfondibile specificità socioculturale della nostra Nazione, è parte viva del progetto europeo. Per difendere la nostra Repubblica, nella ricorrenza dell’ottantesimo, non possiamo omettere di riaffermare l’ideale comunitario di cui Mazzini, Bergamo[1], Spinelli, Rossi, Colorni furono autorevoli e illuminati propugnatori.
Ancora oggi questo pensiero stenta ad attecchire e la polemica tra le parti, amplificata dalle moderne forme di comunicazione sociale, spesso deformanti della reale natura delle idee e dei concetti, prevale rispetto all’idea di una visione concordemente unitaria. L’Unione Europea è divenuta, anzi, strumento per perseguire logiche economiche e finanziarie che sviliscono, in molti casi, la portata di giustizia sociale insita nel progetto originario.
Su un piano prettamente nazionale, fascismo e antifascismo sono ancora oggi espressioni ricorrenti del dibattito tra le parti politiche; il 25 aprile 1945 rimane, a dispetto del suo significato storico, cioè la liberazione dall’occupazione nazifascista, tema di contrapposte visioni; l’8 settembre 1943 porta inalterata con sé la disputa tra chi definisce quel drammatico passaggio della storia nazionale come la fine del concetto di Patria e chi, invece, considera l’armistizio un passaggio necessario per addivenire alla rinascita della nazione.
Insomma, dopo ottant’anni e più non abbiamo ancora fatto pace con noi stessi.
Ci sfugge, nel frattempo, che le nuove generazioni sono ormai separate dalle testimonianze vive di quegli accadimenti e sono incuranti delle diatribe spesso sterili tra revisione e innovazione, tra tradizione e modernità, tra conservazione e cambiamento, tra destra e sinistra.
A noi adulti, ormai se non già anziani, che ancora abbiamo un rapporto filiale con la narrazione delle sofferenze inferte dalla dittatura e dalla guerra, spetta il compito di dare valore alla Repubblica, cioè al frutto vivo e presente di quelle sofferenza, e di offrire ai più giovani un esempio, già insito nei valori democratici, di equilibrio, di mitezza, di rettitudine e di onestà intellettuale.
La Repubblica è il bene istituzionale più prezioso che possediamo; la democrazia, di cui la Repubblica è foriera, può sopravvivere solo se i cittadini non smetteranno di credervi, poiché la democrazia non è imposta dall’esterno né possiede autonomamente anticorpi diversi da quelli generati e rafforzati dalla volontà e dalla partecipazione dei cittadini; la Costituzione, che definisce l’Italia una Repubblica democratica, è la matrice ordinativa della libertà, è l’appiglio cui aggrapparsi nei momenti d’incertezza, è l’ago della bussola per orientare le scelte di principio alle quali le contingenze del vivere ci chiamano, sia come collettività sia come singoli individui.
Nell’auspicio di un’Europa autenticamente unita, in questo ottantesimo, celebrato nella ricorrenza del 2 giugno 2026, enunciamo con fermezza e con partecipazione la nostra acclamazione identitaria: viva la Repubblica Italiana!
[1] Mario Bergamo (Montebelluna, 8 febbraio 1892 – Parigi, 24 maggio 1943) è stato l’ultimo segretario del Partito Repubblicano all’atto dello scioglimento dei partiti politici imposto dal regime fascista nel novembre 1926.








